Cina, carcere per chi sbaglia le parole dell’inno nazionale

Il partito comunista cinese introdurrà 15 giorni di carcere per chi sbaglia le parole dell’inno o lo canta mettendosi la mano sul cuore: “È un gesto occidentale”.

Mentre in Italia si sta per arrivare dopo 150 anni all’ufficializzazione di “Fratelli d’Italia” come inno nazionale, in Cina è allo studio del comitato centrale del congresso nazionale del popolo una misura per introdurre una stretta sull’inno.
Due i provvedimenti principali: 15 giorni di carcere per chi ne storpia le parole – volutamente o meno – e divieto assoluto di cantarlo o riprodurlo durante funerali e spot televisivi.

Vilipendio all’inno nazionale: è il reato che il Partito comunista cinese inserirà nel codice penale. Non saranno tollerati giochi di parole, ma la vera novità è un’altra: nel cantare l’inno in occasioni ufficiali, ci sarà divieto assoluto di farlo tenendosi la mano sul cuore. Un gesto ritenuto “occidentale” e “Made in Usa” da Chen Guoling, esponente del partito al governo.

Ma non è finita qui. Durante la riproduzione dell’inno, meglio noto come “La marcia dei volontari” (composta nel 1935 da Ni Er su testo di Tian Han – uomo del regime caduto in disgrazia e morto nelle prigioni di Mao – e adottata come inno nazionale il 27 settembre 1949), i cittadini cinesi dovranno stare attenti ad assumere posture particolari: straniere, religiose o personali.

“Personali”: una definizione chi si presta a interpretazioni di parte eventualmente utilizzabili per perseguitare cittadini scomodi.

E pensare che il nome ufficiale dell’inno, “Qi lai!” (che significa “alzatevi!”), in origine rappresentava l’invito ai cinesi a rialzarsi per abbandonare la loro condizione di schiavi. Un controsenso rispetto ai possibili effetti prodotti dalla nuova legge.

La decisione di inasprire le norme relative all’inno nazionale segue di pari passo il lavoro a due facce del nuovo corso politico del Dragone, incarnato dal presidente Xi Jinping e volto da un lato a modernizzare il rapporto con il mondo, dall’altro a tornare ad alcune vecchie tradizioni cinesi, come quella di usare in pubblico l’appellativo di “compagno”.


Fonte: Il Giornale.it, 4 luglio 2017

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