Cina, carcere e tortura per gli “eretici” del Falun Gong

Sono passati quattro anni dal suo arresto, e più di tre da quando i suoi parenti l’hanno vista per l’ultima volta. Chen Zhenping (nella foto), una praticante del Falun Gong, il movimento spirituale diventato popolare in Cina a partire dagli anni Novanta, è in carcere dalla metà del 2008 per aver “usato un’organizzazione eretica con finalità di sovversione”, “reato” – tra mille virgolette –  che le è costato una condanna a otto anni di prigione, che sta scontando nel carcere provinciale femminile dello Heman. Le testimonianze di quelle poche persone che hanno potuto vederla in questi anni sono drammatiche: costantemente debole e quasi inebetita, invecchiata precocemente, magra, senza scarpe, senza biancheria intima e con tre denti in meno. Un’ex detenuta ha raccontato di aver sentito Chen Zhenping urlare: “Non fatemi l’iniezione, non voglio quella droga”, e di aver visto sul suo corpo i segni delle torture, comprese quelle con la corrente elettrica. Due anni fa, un dipendente della prigione ha fatto sapere ai parenti di Cheng Zhenping che la detenuta si comportava “male” e che per questo “quelli del carcere erano molto arrabbiati con lei”. Non è certo quanti siano i praticanti del Falun Gong in Cina. All’inizio degli anni Novanta si stima fossero decine di milioni. Esagerato o meno che sia questo dato, un segnale di quanto il movimento fosse popolare si desume dalle misure repressive adottate dalle autorità di Pechino alla fine di quel decennio. Nel 1999, infatti, il Falun Gong venne ufficialmente dichiarato “organizzazione eretica”. Il governo lanciò una campagna per sradicare quella “minaccia alla stabilità sociale e politica” e, direttamente alle dipendenze del presidente Jiang Zemin, venne istituita un’unità speciale, chiamata “Ufficio 610”, destinata a “occuparsi del problema del Falun Gong”. Da allora, decine di migliaia di praticanti del Falun Gong sono stati arbitrariamente arrestati, condannati a lunghe pene detentive a seguito di processi iniqui oppure condannati alla rieducazione attraverso il lavoro, una forma di detenzione amministrativa imposta senza accusa, né processo o riesame giudiziario. Molti praticanti sarebbero detenuti in ospedali psichiatrici o strutture simili, pur non avendo avuto in passato di problemi di salute mentale. Fonti di Falun Gong parlano di oltre 100 morti in stato di detenzione o immediatamente dopo il rilascio, a causa di torture e maltrattamenti, solo nel 2009. Proprio quell’anno, nel decimo anniversario del giro di vite contro il Falun Gong, il ministero della Pubblica sicurezza era stato chiaro nel fissare le priorità per le forze di sicurezza del paese: “stroncare le forze separatiste etniche, i terroristi violenti e gli estremismi religiosi come Falun Gong”. Nel 2010 le autorità di Pechino hanno lanciato una nuova campagna per “trasformare” i detenuti del Falun Gong, assegnando ai vari centri di detenzione e ai campi di rieducazione attraverso il lavoro singole quote di praticanti da “trasformare”, il ché rischia di aumentare ulteriormente i casi di tortura. La direttiva,ancora in vigore, stabilisce che i praticanti firmino una dichiarazione di rinuncia alla loro fede e recitino a voce alta parole di abiura contro la Falun Gong. Il destino dei “testardi” è la tortura. Amnesty International ha ricevuto informazioni su detenuti del Falun Gong bastonati, ustionati con le sigarette, stuprati, sottoposti a scariche elettriche al volto e sui genitali, ammanettati per lunghi periodo di tempo, appesi al soffitto a testa in giù, privati del sonno, alimentati a forza durante gli scioperi della fame. Altre fonti forniscono resoconti persino peggiori. Amnesty International ha promosso sul suo sito un nuovo appello, indirizzato al presidente cinese Hu Jintao, per chiedere la scarcerazione di Chen Zhenping in quanto detenuta solo per il suo credo religioso.

www.falundafa.it

Riccardo Noury

Fonte: Corriere della Sera, 24 luglio 2012

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