Cancellare Tiananmen: l’inutile fatica di Pechino dopo 25 anni

di Bernardo Cervellera
Ogni anno vi sono centinaia di migliaia di poliziotti e soldati per garantire il silenzio sul massacro. La repressione e gli arresti mostrano che il popolo non dimentica. La Tiananmen quotidiana delle rivolte contadine e operaie soppresse, a causa dell’ingiusto “successo economico”. La libertà religiosa sulle ceneri del Partito comunista e dei miti materialisti dell’occidente.

Roma (AsiaNews) – Con determinazione tutta orientale, da 25 anni le autorità cinesi fanno di tutto per cancellare la memoria del massacro di studenti e operai avvenuto in piazza Tiananmen la notte fra il 3 e il 4 giugno 1989. Per tutto l’anno richieste come “Tiananmen”, “4 giugno”, “movimento” “democrazia” non trovano nessuna risposta sui motori di ricerca della Cina.

Quest’anno perfino Google si è lamentata che con l’avvicinarsi dell’anniversario, Pechino abbia rafforzato i filtri e rallentato internet per evitare che la gente ricordi l’avvenimento.

La stessa determinazione è posta dalle autorità per eliminare possibili manifestazioni nella piazza che ha visto il massacro. Polizia in tenuta da sommossa, poliziotti della pubblica sicurezza con armi in pugno, guardie civiche, membri dei comitati di quartiere, forze dell’ordine in divisa o in abiti civili sono sguinzagliati per la piazza e ad ogni incrocio della capitale nel timore che qualcuno appaia con uno striscione, una maglietta, uno slogan a rompere il silenzio imposto con la forza.

Con un enorme sforzo militare ed economico, le autorità pagano 30mila poliziotti per controllare, cancellare, oscurare blog e pagine internet; spendono quasi 85 miliardi di euro all’anno per videocamere, guardie giurate e pubblica sicurezza.

Ma come nel mito di Sisifo, è tutto inutile: da 25 anni i genitori delle vittime, gli attivisti democratici, professori, studenti, cristiani e buddisti ricordano le centinaia – forse migliaia – di morti maciullati dai carri armati o colpiti da proiettili, le decine di migliaia imprigionati, i molti impazziti per le torture subite.

La psicosi del silenzio porta alla repressione: quest’anno, da aprile ad oggi, almeno 80 persone sono scomparse nelle mani della polizia, arrestate per “disturbo dell’ordine pubblico”, interrogate, minacciate e perquisite. Quest’anno, fra le vittime del sequestro poliziesco vi è pure lo statista Bao Tong, 81 anni, uno dei pochi del Partito che nell’89 era contrario all’intervento dell’esercito.

La repressione, il soffocamento di ogni ricordo è il modo con cui il Partito comunista cerca da 25 anni di far dimenticare il passato e mostrarsi esente da ogni critica. Anni fa, quando era presidente, Jiang Zemin ha detto che l’uccisione di studenti e operai è stata “necessaria” per salvare il Paese dal caos e garantire lo sviluppo economico che tutto il mondo invidia.

Ma proprio il disordinato sviluppo economico – senza alcuna riforma politica – è divenuta la fonte di nuove critiche e di nuove manifestazioni: aumentano le rivolte dei contadini perché le loro terre vengono sequestrate e vendute per progetti edilizi o industriali, senza che loro intaschino alcun compenso; aumentano gli scioperi degli operai che combattono contro i duri orari di lavoro (fino a 16 ore al giorno), la mancanza di contratti, i salari inadeguati.

A tali problemi si aggiungono quelli dell’inquinamento, divenuto una vera emergenza nazionale, con 500mila persone che muoiono ogni anno per cause respiratorie; dell’acqua, ormai inquinata per il 70%; della sicurezza alimentare che terrorizza le famiglie; degli aborti selettivi causati della legge sul figlio unico.

Tutti questi problemi hanno il loro triste bagaglio di uccisi, una specie di “Tiananmen quotidiana” che mentre rinverdisce la memoria della gente, mostra quanto il Partito voglia durare al potere e sia disposto per questo a sacrificare la sua gente, proprio come 25 anni fa.
Dopo il 4 giugno 1989, il Partito ha perso la sua legittimità, essendosi scagliato contro il suo popolo; con i morti e la repressione attuale, esso la perde anche adesso, nonostante i suoi successi economici.

Il fallimento del Partito è il fallimento anche dell’occidente. All’indomani di Tiananmen, la comunità internazionale ha attuato un embargo economico contro Pechino, riassorbito dopo pochi mesi, nella speranza – tutta materialista – che lo sviluppo economico del Paese avrebbe portato anche alle riforme politiche. Tutto questo non è successo e l’occidente si trova oggi economicamente succube di Pechino, se non alleato. La crisi economica di Europa e Stati Uniti e il successo macchiato di sangue della Cina dicono che il mondo deve ritornare ad ascoltare il popolo.

In Cina, il tradimento degli ideali popolari del Partito spinge la gente a trovare nuove risorse spirituali e sta rinascendo l’adesione alle religioni.

Anche molti dissidenti, dopo anni di ricerca approdano alla fede cristiana. Invece di scagliarsi contro le chiese, Pechino dovrebbe allargare le maglie della libertà religiosa per una società davvero armonica, giusta e riconciliata. Ma per questo è necessaria anche la collaborazione a ovest.

Asia News,04/06/2014

English version:
After 25 years, Beijing is wasting time trying to erase Tiananmen

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