Cina, bestseller: cancelleremo gli Usa

La Cina sogna, ma i sogni nati dentro la Grande Muraglia per gli altri potrebbero essere incubi. È l’impressione che suscita un best-seller che nelle ultime settimane ha affollato gli scaffali delle librerie di Pechino e delle maggiori città cinesi. Il libro si intitola Il sogno della Cina – è stato scritto da Liu Mingfu, un colonnello dell’esercito popolare (che insegna studi strategici all’Università militare) – e vende migliaia di copie, fatto non usuale per un libro di strategia. Quanto a quale sia il sogno raccontato da questo alto ufficiale è presto detto: che il suo Paese diventi al più presto la prima potenza mondiale. Insomma, una sorta di China uber alles che viene intonato per un totale di 300 pagine.
E sin qui non ci sarebbe nulla di male, si tratterebbe di normale sciovinismo, di grandeur in salsa asiatica. Nel testo, però, uno dei maggiori cervelloni del più numeroso esercito del mondo pianifica un percorso di espansione economico-politica che, senza tanti giri di parole, altro non è che una sfida continua ed estrema agli Stati Uniti.

Una sfida che non esclude affatto l’opzione militare. Anzi, visto che i cinesi programmano alla lunga, il piano novantennale di Liu Mingfu prevede che servano trent’anni per sviluppare in pieno il prodotto interno sino a renderlo maggiore di quello degli Stati Uniti, altri trent’anni per sviluppare una forza militare e un’influenza culturale uguale o superiore alla loro, e un altro trentennio per superarli come prodotto interno pro capite. Ma in questa tripartizione quello che più interessa a Liu Mingfu è l’opzione militare perché, secondo lui: «Se anche la Cina diventasse capitalista come e più degli Stati Uniti d’America, Washington farebbe comunque di tutto per contenere la sua espansione». Anzi, la preoccupazione di Liu è più che altro rivolta ai prossimi 15-20 anni, lasso di tempo nel quale gli statunitensi, secondo lui, potrebbero essere più tentati di mettere i bastoni tra le ruote al carro di questo nuovo non tanto celeste Impero.

E, considerando il grado e il ruolo dell’autore, il libro potrebbe quasi apparire come un ammonimento delle gerarchie militari al governo di Pechino che, quest’anno per la prima volta, ha deciso di limitare la crescita del budget delle forze armate. Per capirci: invece di dare il solito 10% in più, ha aumentato le risorse dei militari di un misero 7,5%. Una percentuale che farebbe, comunque, urlare di gioia qualsiasi stato maggiore occidentale, ma che qui è considerata una dimostrazione di estremo pacifismo. Certo, per non essere accusato di aver fatto il verso alla ricerca di spazi vitali del Mein Kampf, lo stratega cinese precisa che anche se «la Cina ha bisogno sia di una crescita economica che di una crescita militare… la competizione con gli Usa non prenderà per forza la forma di un conflitto mondiale e forse nemmeno quella della Guerra fredda.

Non sarà come un duello a colpi di pistola o un match di boxe, sarà piuttosto come una gara di atletica o come una maratona che si protragga molto a lungo». Una maratona che però i nazionalisti cinesi, convinti che «la Cina sarà la potenza egemone del XXI secolo», preferiscono correre pesantemente armati. Anche perché Zhongguo meng (il sogno della Cina) è soltanto la punta dell’iceberg di un’ondata di scritti nazionalisti che all’estero sono ignorati, semplicemente perché non sono tradotti. Ci sono decine di saggi e pamphlet che hanno toni accesi verso l’Occidente e che invitano il governo a respingere qualsiasi intromissione nell’ambito dei diritti umani (Tibet docet) o a fare la voce grossa con chiunque aiuti Taiwan. Due titoli per tutti: Cina infelice e La Cina può dire no, entrambi a firma di Song Quiang (e di altri coautori), uno degli scrittori più duri nel contestare anche il più piccolo cedimento alle richieste delle democrazie occidentali. E la gente li legge: Cina infelice ha venduto centomila copie in un solo mese.

Certo i numeri vanno tarati sull’immensità del mercato editoriale cinese. Ma è un fatto che il tema dell’orgoglio tira, e c’è chi parla di un destino manifesto che parte da Mao e arriva all’attuale dirigenza, un destino che non si può svendere in cambio di «finte libertà».
Tant’è che queste posizioni estreme creano imbarazzo anche al governo che, in molti casi, ha tutto l’interesse ad assumere atteggiamenti più morbidi (almeno all’apparenza). E sapete qual è lo spauracchio che più spesso gli ultrà della Cina dura e pura agitano di fronte ai loro lettori? Quello di fare la fine dei giapponesi che negli anni Ottanta sognavano di superare l’economia americana e ora si accontentano di essere riccamente secondi (crisi permettendo).
Ad alcuni in Cina questo sembra un destino proprio atroce. A molti, nell’intero orbe terraqueo, potrebbe sembrare un sogno.

Matteo Sacchi

Fonte: Il Giornale, 9 marzo 2010

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