Cina: basta pressioni sullo yuan

È disposta a comprare i bond della Grecia disastrata ma in via di risanamento e anche i titoli del debito pubblico dell’area euro. È pronta anche a continuare il suo shopping europeo nell’auto: dopo la Volvo, ieri la cinese Geely ha fatto sapere di essere interessata al salvataggio della Opel di Anversa, insomma a farsi avanti con la General Motors per acquistarla evitandone la chiusura. Piano piano, quasi in punta di piedi, cresce l’interdipendenza tra Cina ed Europa, che pure a volte assomiglia più alla dipendenza della seconda dalla prima. Sia come sia, a questi abbracci discreti si contrappongono crescenti esplosioni di pubblica discordia. Già. Peggio di così il vertice Ue-Cina a Bruxelles non poteva andare. Addirittura cancellata ieri la conferenza stampa finale congiunta. Nei tre giorni in cui il premier Wen Jiabao è stato nella capitale belga, mai un incontro fianco a fianco con qualcuno dei leader europei. In compenso la salva continua di polemiche, reciproche recriminazioni non prive di più o meno velate minacce. «Smettete di farci pressioni sul tasso del renminbi. Non unitevi ai cori altrui. Sì, continueremo nel processo di riforma» per renderne gradualmente il cambio più flessibile, ha affermato stizzito, con una libera digressione dal testo del suo intervento, Wen Jiabao davanti al vertice del Business Forum euro-cinese organizzato a latere del summit Ue-Cina. In caso contrario, ha detto, «molte delle nostre imprese esportatrici chiuderebbero, i nostri lavoratori emigrati dovrebbero tornare ai loro villaggi. Ma se esplodessero turbolenze economiche e sociali in Cina, sarebbe un disastro per il mondo intero». Subito dopo non ha resistito alla tentazione di seminare zizzania in casa occidentale. «Se di recente l’euro ha registrato forti fluttuazioni non è stato a causa dello yuan ma del dollaro. Non siamo noi a dover essere chiamati in causa. Se qualcuno deve esserlo, questo è il dollaro». Aggiungendo che il surplus commerciale cinese nei confronti degli Stati Uniti è dovuto alla struttura delle due economie, non al tasso di cambio dello yuan. La vis polemica del premier cinese non ha impedito ieri al presidente della Commissione, Josè Barroso, di tornare alla carica dopo quelli della Bce Jean-Claude Trichet e dell’Eurogruppo Jean-Claude Juncker per chiedere a Pechino di favorire «l’ulteriore apprezzamento dello yuan». Né alla Germania di Angela Merkel di dichiarare che la questione della rivalutazione del renminbi sarà «uno dei temi centrali del vertice del G-20 a Seul». Con l’euro ai massimi degli ultimi 8 mesi sul dollaro, il deficit commerciale verso la Cina salito del 6,7% nel primo semestre (+16% negli Stati Uniti), mentre l’America di Obama e il Giappone giocano a svalutare le rispettive monete, di sicuro l’Europa non può stare inerte alla finestra subendo gli aggiustamenti altrui. Il che rende l’atmosfera incandescente, la prospettiva di una guerra valutaria globale, più che remota, molto reale. Anche per questo il vertice Ue-Cina si è trasformato nell’arena per lo scambio di accuse reciproche. L’Europa non solo ha invitato Pechino a mettere fine alla pirateria tecnologica, all’industria della contraffazione, alle discriminazioni contro le imprese straniere come pure ai controlli sull’export di minerali rari impiegati nei prodotti ad alta tecnologia. Karol De Gucht, il commissario Ue al Commercio, ha minacciato di chiudere il mercato degli appalti pubblici europei se quello cinese non verrà aperto. Wen Jiabao ha replicato denunciando il protezionismo dell’Unione, le troppe procedure anti-dumping aperte contro il Made in China (dalle fibre di vetro, alle piccole auto, ai modem) e relativa minaccia di super-dazi Ue. Con questi chiari di luna la speranza di Pechino di vedersi attribuire dall’Europa lo status di economia di mercato (che la metterebbe al riparo dalle paventate procedure anti-dumping appunto), prima del riconoscimento automatico del Wto nel 2016, appare piuttosto difficile nonostante le promese di Angela Merkel.

Fonte: Il Sole 24 ore, 7 ottobre 2010

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