Chrd: Diritti umani in Cina, la situazione non sembra migliorare

Le autorità di Pechino hanno arrestato, interrogato, torturato e poi rimandato agli arresti domiciliari il noto attivista Hu Jia. Senza alcuna accusa formale, e senza passare davanti a un giudice, gli agenti di pubblica sicurezza lo hanno prelevato dalla sua abitazione lo scorso 14 marzo e lo hanno trattenuto per 8 ore nella stazione distrettuale di Tongzhou: qui lo hanno picchiato in testa e sulla schiena, tanto che ora il dissidente ha serie difficoltà di movimento. Il motivo di questo trattamento sarebbe la visita compiuta da Hu nella casa di Liu Xia, moglie del premio Nobel per la pace (in prigione) Liu Xiaobo.
Hu si trova ai domiciliari dal 26 febbraio scorso. È stato fermato nell’ambito delle retate ordinate dal governo in occasione dei grandi appuntamenti politici come l’Assemblea nazionale del popolo in corso nella capitale. Sin dall’inizio dell’interrogatorio diversi agenti lo hanno insultato per provocarlo e avere una scusa per picchiarlo. Dopo l’interrogatorio lo hanno riportato a casa con la testa sanguinante e un fortissimo dolore alla base della schiena: i poliziotti gli hanno intimato di non andare in ospedale nonostante Hu soffra da tempo di epatite B e rischi moltissimo, senza adeguate cure mediche.

Mentre a Pechino va in scena il cambio della guardia al vertice del Partito comunista e dello Stato, il Chinese Human Rights Defender pubblica il suo Rapporto annuale sulle violazioni ai diritti umani che avvengono nel Paese. I dati del gruppo dimostrano come l’anno 2012 sia stato “molto simile” al 2011 per numero di violazioni e di violenze contro attivisti e dissidenti, ma segnalano anche un “significativo” aumento delle campagne nazionali della popolazione per la difesa dei diritti fondamentali.
Sempre secondo il Chrd, nel 2012 sono “più che raddoppiati” i casi di “sparizioni forzate”, detenzioni non ufficiali e arresti domiciliari illegali; allo stesso tempo, però, è “molto diminuito” il numero di persone inviate nei campi di “rieducazione tramite il lavoro”, i lavori forzati previsti dal sistema dei laojiao che sembra essere in discussione in questi giorni nelle alte sfere del potere.
Tuttavia lo scorso anno ha registrato un “drammatico aumento” del numero di coloro che si sono feriti o persino uccisi perché incapaci di essere ascoltati dal governo. Oltre al penoso fenomeno delle auto-immolazioni in Tibet – oltre 100 fra monaci e laici tibetani che si sono dati fuoco per chiedere libertà religiosa e il ritorno del Dalai Lama nella regione – vanno riportati “decine di casi” di cinesi di etnia han che sono rimasti gravemente feriti (o sono morti) per cercare di difendere le proprie case o campagne dalle requisizioni forzate ordinate dal governo.
Infine va riportato il picco di sorveglianza telematica autorizzato dal governo. Nell’ultimo anno, scrive il Chrd, “la polizia ha usato un nuovo sistema di sorveglianza chiamato ‘gestione e controllo dei movimenti’ per tracciare l’attività di alcuni singoli utenti e di diversi gruppi specifici. Il sistema sembra essere costruito per fermare chi minaccia l’ordine sociale”.
Questi metodi sono divenuti con il tempo la norma nel sistema sociale cinese. Per evitare disordini sociali e movimenti diffusi di protesta, i governi locali – soprattutto quello di Pechino – preferiscono gli “arresti preventivi” e l’intimidazione invece di passare attraverso regolare processo. Da tempo, infatti, il movimento democratico ha dimostrato di poter rispondere con molta abilità alle accuse formale. Il caso di Hu Jia non è eccezionale, come dimostrano i dati degli attivisti per i diritti umani.

Fonte: Asia News, 18 marzo 2013

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