CHE FINE HA FATTO IL PANCHEN LAMA?

25 aprile 2010: il Panchen Lama, la seconda autorità spirituale del buddismo tibetano, il “vice” del Dalai Lama alla guida del suo popolo, ha compiuto  21 anni.  Gedhun Choeky Nyima – questo il nome del vero Panchen Lama – però  è invisibile dall’età di sei anni. Poco dopo la sua investitura, da parte del Dalai Lama, il 14 maggio 1995, Gedhun fu sequestrato con tutta la sua famiglia dalla polizia cinese. Quello che divenne “il prigioniero politico più giovane del mondo” da allora è recluso in un luogo segreto e forse è stato anche ucciso. La sua colpa è imperdonabile: per il solo fatto di esistere, il Panchen incarna l’autonomia di un potere spirituale che lo ha scelto senza prendere ordini dal governo. Pechino poi ha deciso di esibire in due futuri eventi ufficiali il suo “gemello comunista”: il falso Panchen del regime. Quasi coetaneo dell’altro (ha 19 anni), etnicamente tibetano anche lui ma figlio di due membri del partito comunista, il falso Panchen si chiama Gyaincain Norbu. Nel 1995, non appena catturato il vero Panchen, questa controfigura venne investita solennemente dal governo. Secondo le autorità cinesi è lui l’undicesima reincarnazione del “grande studioso” della setta Gelugpa. Il Panchen filo-cinese non è mai stato accettato dai suoi connazionali, che gli negano ogni legittimità. Infatti,  per celebrare il 21 compleanno dell’autentico Panchen Lama scomparso, l’Associazione Rimé Onlus e L’Associazone Donne Tibetane in Italia hanno organizzato uno sciopero della fame della durata di 12 ore, dalle 10 alle 20, in Largo di Torre Argentina, ed hanno raccolto le firme dei passanti per invocarne la liberazione. Contemporaneamente alcuni monaci tibetani hanno recitato i mantra, per i Tibetani periti o coinvolti nel recente terremoto che ha provocato 400 vittime il 14 aprile, ripetendo per ore “Om Mani Padme Hum”. Per quattro ore anche una rappresentante della Laogai Foundation, Maria Vittoria Cattania, si è unita ai partecipanti, costatando di persona quanto ancora sia sentita come meritevole di rispetto, per le firme e le offerte raccolte, la “dignità tibetana”. Con buona pace di quanti avevano proclamato che, spenta la fiaccola olimpica, del Tibet nessuno avrebbe più sentito parlare.
C. Scneckenfuss, 26 aprile 2010

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