Charles Freeman ritira la sua candidatura

Martedì dieci marzo, Charles Freeman, scelto dall’amministrazione Obama come possibile guida del National Intelligence Council, ha ritirato la candidatura. L’ex ambasciatore in Arabia Saudita (durante la presidenza di George H.W. Bush) sostiene di essere vittima di una campagna orchestrata contro di lui dalla lobby filo israeliana statunitense.

Oltre alla già nota dichiarazione in merito alla rivolta di piazza Tiananmen durante la quale le forze dell’ordine non avrebbero messo in atto una repressione adeguata, Freeman è stato criticato, anche dal congresso degli Stati Uniti, per aver parlato di “oppressione” dei palestinesi sotto Israele. Quest’ultimo, grande alleato degli USA, non era mai stato attaccato così apertamente a livello ufficiale per la sua politica. Freeman ha dichiarato in una lunga mail, inviata a tutti i media, che obiettivo di questa lobby sarebbe quello di controllare il processo politico, attraverso il veto sulla nomina di persone che contestano le sue posizioni, influenzando così le decisioni politiche del paese relative al medio oriente. Sono in poche tuttavia le organizzazione ebraiche che hanno pubblicamente avversato la nomina di Charles Freeman. L’American Israel Public Affairs Committee, considerato il più influente gruppo pro-israeliano di Washington, come ha spiegato Josh Block, non avrebbe preso posizione e tantomeno avrebbe fatto pressione sul Congresso anche se, spiega sempre il suo portavoce, avrebbe fornito informazioni ai giornalisti in merito alle passate e recenti affermazioni di Freeman. L’opinione pubblica americana sulla questione è divisa. Il Washington Post lo ha accusato di teorizzare una cospirazione inesistente mentre altri, come l’editorialista del Time Joe Klei, gli hanno dato ragione. Nell’amministrazione a difenderlo è stato solo l’Ammiraglio Dennis Blair, da tempo protettore di Freeman, pronunciandosi in suo favore davanti al Senato. La casa bianca sull’argomento invece è rimasta neutrale adottando la strategia del silenzio. Non sappiamo cosa pensi il presidente Barack Obama di questa situazione, ma ciò che ci lascia sperare è proprio questa presa di distanza.

Nonostante la questione Cinese sia risultata determinante nell’orientare parte dell’opinione pubblica contro Freeman, ancora una volta, è purtroppo chiaro che il problema dei diritti umani in Cina non è all’ordine del giorno. E’ evidente che se non si fosse trattato di un tema caldo e sicuramente importantissimo come quello Israelo-palestinese nulla sarebbe successo. Non resta che continuare a lavorare perché questioni come quella dei Laogai o dell’indipendenza del Tibet possano, in futuro, diventare determinanti nelle scelte politiche americane ed europee.

Marco Martinelli

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