Censura in Cina: Linkedin è l’ultima vittima del Grande Firewall

Linkedin, il maggiore social network professionale del mondo con oltre 90 milioni di iscritti, è l’ultima vittima del Grande Firewall cinese, il dispostivo di censura della Rete più avanzato al mondo. Secondo alcuni testimoni che si scambiano messaggi via Twitter, pare che da pochissimo il sito in alcune parti della Cina sia ripristinato, ma secondo questo resoconto da ieri non risulta più raggiungibile per gli internauti provenienti dalla Cina. Il blocco pare sia scattato dopo che un navigatore aveva postato alcuni commenti relativi al fatto che la rivoluzione tunisina dei Gelsomini avrebbe dovuto prendere piede anche nel paese asiatico. L’utente, che si faceva chiamare Jasmine Z, aveva pure creato un apposito gruppo di discussione, “Jasmine Voice” per discutere dei tumulti del Maghreb. “Dopo anni di riflessione indipendente – aveva scritto in uno dei tre messaggi inseriti nel gruppo – sto diventando un critico dissidente, che anela alla libertà, alla democrazia e alla giustizia per la mia patria”. In un altro post, JasmineZ aveva sostenuto che i membri del Partito Comunista Cinese non avevano ancora compreso come il modello del partito unico fosse ormai in crisi e si era riferito ai membri della nomenclatura come a un “club di potere elitario”. Secondo Doug Tygar, professore di computer science dell’Università di Berkley, “è molto probabile che i problemi di accesso al sito siano collegati alla creazione del gruppo”. “Spesso si tratta di una sorta di avvertimento – ha spiegato all’agenzia Bloomberg – ha un valore in parte simbolico”. Un altro motivo per l’oscuramento del social network potrebbe essere il fatto che, per i cinesi, fino a questo momento passare attraverso Linkedin era il sistema più semplice per accedere a Twitter. Grazie a una partnership siglata a fine 2009 gli aggiornamenti scritti sul primo, potevano essere visualizzati anche sul secondo, e viceversa. E che Twitter sia un po’ lo spauracchio dei regimi non democratici, specie dopo il ruolo svolto dal sito di microblogging nelle rivolte africane, è cosa nota. I provvedimenti restrittivi nei confronti di Linkedin, a cui finora era stato risparmiato il trattamento riservato a Facebook e allo stesso Twitter, da tempo irraggiungibili in Cina, erano comunque nell’aria. Il capo della sicurezza nazionale cinese, Zhou Yongkang aveva invocato questo lunedì il rafforzamento dei controlli sulle comunicazioni via Internet dopo che, domenica scorsa, uno sparuto gruppo di dissidenti era riuscito a inscenare piccole manifestazioni di protesta a Pechino e Shangai. E ogni riferimento all’ambasciatore americano in Cina, trovatosi a passare per caso nei luoghi del raduno pechinese, era stato subito escluso dai risultati dei motori di ricerca, così come era stata impedita ogni query con la parola “gelsomino”. La crescente censura è forse anche il sintomo di un certo nervosismo da parte di Pechino. Un paio di settimana fa, i maggiori quotidiani mondiali avevano diffuso la notizia di come i giovani cinesi riuscissero a bypassare il Firewall connettendosi alla Rete attraverso delle Vpn, dei tunnel criptati che rendono impossibile stabilire la destinazione del traffico in uscita da un certo Pc. Lo stesso Fang Binxing, uno dei principali artefici della struttura che filtra i contenuti, aveva riconosciuto il problema in un’intervista esclusiva al Global Times. I più temuti dai governanti cinesi restano comunque i servizi di microblogging, che per la loro capacità di diffondere informazioni in maniera rapidissima sono molto difficili da sorvegliare e bloccare per tempo. Il principale clone locale di Twitter, Sina Weibo, è stato parzialmente bloccato domenica e le azioni della Sina Corp, l’azienda che lo possiede, sono state svalutate dagli analisti della Deutsche Bank, in previsione di ulteriori provvedimenti restrittivi da parte delle autorità.

Fonte: La Stampa.it, 25 febbraio 2011

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