Censura cinese per twitter. Protesta di Ai Weiwei

”Se Twitter inizia a censurare, smettero’ di cinguettare”. Il noto artista dissidente cinese Ai Weiwei sceglie proprio il popolare social network di microblogging per annunciare che lui non ci sta, ora che uno spazio di libertà totale, quello che ha segnato la primavera araba in paesi come l’Egitto, sta per scomparire, sbarcando in una dittatura estesa e popolosa come la Cina. Poche ore prima, da San Francisco dove Twitter ha la sede, il social network aveva annunciato la messa a punto di una nuova tecnologia in grado di censurare i messaggi paese per paese, se ci sarà una richiesta in questo senso da parte delle autorità locali. La decisione può avere un senso in paesi come Germania e Francia, dove sono proibiti i messaggi neonazisti e antisemiti, mentre negli Stati Uniti il primo emendamento della Costituzione garantisce a tutti una libertà totale di parola. Ma in Cina, dove Twitter vuole sbarcare appena possibile, rischia di porre seri freni alla dissidenza e alla libertà di espressione, anche se i responsabili del social network spiegano (come aveva fatto Google in passato con il suo motore di ricerca censurato, suscitando un putiferio) che l’espansione mondiale dei cinguettii passa attraverso decisioni di questo tipo, anche per evitare il carcere ai dipendenti locali. Meglio quindi essere un po’ censurati ma esserci. La decisione di Twitter, nato circa 6 anni fa e che punta ora a raggiungere il miliardo di utenti, ha stupito gli internauti americani, soprattutto visto il ruolo democratico del microblogging nelle rivolte di piazza Tahrir che hanno rovesciato il regime di Hosni Mubarak, al potere dal oltre 30 anni senza una vera opposizione. Oggi, la protesta è diventata universale quando i responsabili dell’account Twitter @aiwwenglish, che traducono in inglese i cinguettii di Ai Weiwei, hanno messo in rete il suo tweet redatto in ideogrammi, ovviamente non accessibile in Cina. Così, in un attimo, sono stati raggiunti migliaia di utenti in tutto il mondo, che a loro volta hanno ‘ritwittato’ il messaggio, aggiungendosi agli oltre 120mila seguaci originali del dissidente. L’impatto e’ stato immediato anche perchè Ai Weiwei è un artista, scultore e fotografo sempre più famoso, che ha recentemente ‘colpito’ con le sue foto provocatorie di nudi collettivi. A lui dobbiamo tra l’altro il ‘nido’ dello stadio olimpico di Pechino, costruito insieme con gli architetti svizzeri Herzog & de Meuron. A voler essere precisi, l’artista rilasciato a giugno scorso dopo aver passato circa tre mesi in carcere (ufficialmente per frode fiscale), non è stato il primo a cinguettare. A precederlo e’ stato un altro dissidente fan di Twitter e dei suoi spazi di libertà assoluta: Wen Yunchao. Ma il mercato cinese, con le sue centinaia di milioni di utenti, fa sempre più gola ai colossi del web e dei social network, pronti a fare concessioni anche dolorose per sedurre le autorità di Pechino. Dopo i responsabili di Google, si sono recati nella capitale cinese Marck Zuckerberg di Facebook e più recentemente Jack Dorsey, uno dei fondatori di Twitter. Sia Facebook sia Twitter sono ancora proibiti in Cina. ”Man mano che cresciamo a livello internazionale, andiamo in paesi con differenti posizioni in materia di libertà di espressione”, ha scritto l’azienda di San Francisco nel suo comunicato. ”Alcune nostre idee differiscono così tanto che non potremmo esistere li”’. E poi: ”Non abbiamo ancora utilizzato questa opzione, ma se un Paese ci chiederà di bloccare un tweet proveremo a contattare l’utente e indicheremo chiaramente quando il messaggio è stato bloccato. Il contenuto sarà fermato in un Paese, ma visibile nel resto del mondo. Non rimuoveremo post in base al loro contenuto”.

Fonte: ANSA.it, 27 gennaio 2012

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