Censura Cina, Google verso l’addio

Scatto d’orgoglio di Google che ha deciso di non piegarsi più ai diktat di Pechino. Il più diffuso motore di ricerca ha annunciato che non applicherà più alcun filtro in Cina, minacciando di sospendere ogni attività nel ricco mercato. A spingere Google al possibile passo estremo la scoperta di aver subito cyber-attacchi “molto sofisticati” da parte di spie cinesi per rintracciare attivisti per la difesa dei diritti umani.  Le caselle postali di alcuni leader dell’opposizione sarebbero state violate. “Uno degli obiettivi primari degli hackers era di accedere agli account Gmail degli attivisti di difesa dei diritti umani cinesi”, ha scritto il gruppo di Mountain View, senza attaccare direttamente il governo di Pechino, ma precisando che “non abbiamo l’intenzione di continuare a censurare i nostri risultati” sul motore di ricerca cinese Google.cn. La compagnia americana è consapevole di stare giocando con il fuoco e che la decisione di sfidare Pechino potrebbe spingere il governo a chiudere il sito.

Fonte: TGCOM Mondo 13,1,2009

Leggi anche “Google sotto attacco: Clinton chiede spiegazioni alla Cina”

L’articolo è uscito anche su La Repubblica:

Google minaccia di abbandonare la Cina. L’annuncio clamoroso è arrivato ieri dal quartier generale di Mountain View, nella Silicon Valley californiana, al termine di una escalation di tensione fra il colosso di Internet e il regime di Pechino. I vertici di Google hanno rivelato che il loro motore di ricerca – nella versione in mandarino – è stato fatto oggetto di attacchi sempre più frequenti da parte di hacker cinesi, che si sospetta siano al servizio della censura di Stato.

Gli attacchi più gravi, che hanno portato all’annuncio di ieri, hanno violato le e-mail di alcuni attivisti per i diritti umani, oltre che di grandi imprese occidentali. In un blog del gruppo, i dirigenti di Google ieri sera hanno rivelato di avere “scoperto un attacco mirato ed altamente sofisticato contro la nostra infrastruttura, originato dalla Cina”. Ulteriori indagini interne hanno confermato che il bersaglio principale sono stati “gli account G-mail di diversi militanti per i diritti civili”.

Google non ha esplicitamente accusato il governo cinese di essere il regista di questa violazione. Tuttavia la reazione del gruppo californiano non lascia dubbi. Infatti come risposta a questa offensiva senza precedenti, Google ha deciso che non filtrerà più le informazioni sul suo sito cinese. Interromperà cioè quella politica di cooperazione con le autorità della Repubblica Popolare che in passato era stata oggetto di polemiche negli Stati Uniti: secondo le ong che difendono i diritti umani infatti Google avrebbe praticato un “collaborazionismo” con la censura di regime, pur di avere accesso al mercato online più grande del mondo (così come Yahoo che arrivò a macchiarsi di delazione consegnando alla polizia cinese le email personali di un dissidente). L’inizio della collusione con il governo cinese risale al 2006: è in quell’anno che Google inaugurò la versione mandarina del suo motore di ricerca, e quindi un sito che finisce col suffisso “. cn”. Ma ora quel patto col regime è in crisi. Se Google cessa di filtrare il suo motore di ricerca in mandarino, con ogni probabilità il governo cinese ne bloccherà l’accesso e potrebbe oscurarlo definitivamente. In passato Pechino non ha esitato a cancellare la visibilità di Google, o di siti come Wikipedia, se non accettavano di “purgarsi” spontaneamente. Tra le richieste del ministero dell’Informazione cinese, per esempio, c’è la cancellazione dei siti che difendono i diritti del Tibet e dello Xinjiang. Per essere autorizzato a operare sul mercato cinese, Google ha quindi installato dei software che automaticamente evitano l’accesso a siti o a termini che sono tabù per la propaganda di regime. Un prezzo pesante da pagare, in cambio della possibilità di contatto con 300 milioni di utenti Internet: il pubblico online cinese ha ormai superato quello degli Stati Uniti.

Di fronte all’ultima provocazione, Google sembra avere valutato che il prezzo d’immagine da pagare verso l’opinione pubblica americana rischia di essere troppo elevato. Il motto dei fondatori dell’azienda di Mountain Valley, dopotutto, è “don’t be evil”, non essere malvagi.

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