Il cardinale di Hong Kong in piazza: ho scritto al Papa, non ceda a Pechino

A 85 anni compiuti, si è mescolato nel corteo con il suo zainetto in spalla e un bel sorriso. Era allegro ieri il cardinale emerito Joseph Zen Ze-kiun, perché vedere migliaia di giovani in marcia per la difesa della democrazia di Hong Kong (imperfetta ma caso unico in Cina) gli fa bene allo spirito. Ma il vecchio combattente oltre che per il futuro di Hong Kong è preoccupato anche per l’esito della trattativa tra Santa Sede e governo di Pechino, che si muove con lentezza e molti dubbi con l’obiettivo di riparare la rottura delle relazioni decisa dalla Cina comunista nel 1951. «Sento che tutti a Roma cantano osanna ottimisti su un prossimo accordo; io dico che però è necessaria una voce più cauta, perché molti in Cina stanno soffrendo».

Liste e nomine
Al centro dei colloqui, che sono diventati regolari, la questione della nomina dei vescovi in Cina e il controllo statale sulla religione. «È una calunnia dire che io sono contro il dialogo, io però avverto che noi cattolici non possiamo rinnegarci e venderci in nome di un’intesa a tutti i costi», spiega il cardinale al Corriere.
Da quanto è emerso, Pechino si accontenterebbe di presentare in Vaticano una lista di nomi graditi e lascerebbe al Papa l’approvazione finale dei vescovi: un compromesso che perlomeno metterebbe fine alle ordinazioni di vescovi «patriottici» scavalcando completamente la Santa Sede. Ma ultimamente ci sono stati diversi segnali di un rallentamento nella trattativa. Zen dice che questo gli ha ridato un poco di speranza, perché «sospetto che l’accordo sulla nomina dei vescovi sia già pronto, ma che Pechino ora non firma perché vuole tutto». Però, senza accordo, che cosa sarà dei milioni di cattolici costretti a pregare in segreto per non sottomettersi al controllo del Partito comunista e che farà il clero clandestino perseguitato? La questione è complicata, ragiona Joseph Zen. «I fautori dell’intesa a Roma sostengono che c’è il rischio di una Chiesa scismatica con ordinazioni di altri vescovi loro, della Chiesa patriottica. Io dico invece che non succederà perché a Pechino sanno bene che i vescovi irregolari non sono ben visti dal popolo». Il discorso si fa tagliente: «Comunque, una Chiesa scismatica conosciuta è un male minore di un Chiesa oggettivamente scismatica ma benedetta di fatto dal Papa con un accordo».

Il «pericolo di errore»
Il cardinale è cinese, conosce bene la mentalità dei politici di Pechino e ne ha parlato con il Santo Padre. «Quando gli ho detto che in Cina c’è già una Chiesa scismatica perché dipende dal governo, mi ha risposto “ma certo!”». Di Xi Jinping sua eminenza pensa che sia «un imperatore che ha ancora paura e non ha la saggezza di parlare alla gente di Hong Kong».
Zen vuole battersi ancora, ma sa che ci sono dei limiti. «Se ci fosse un accordo tra Vaticano e Pechino, ci sarebbe l’approvazione del Papa e io non potrei andare contro, perché sono salesiano e monarchico», sorride. E poi serio: «e perché il Santo padre rappresenta Gesù». Ma subito rilancia: «Però ora posso ancora criticare la trattativa sulle base delle voci che circolano e dico che c’è il pericolo di un grande errore: invitare il nostro clero fedele alla Santa Sede a venire allo scoperto in base a un cattivo accordo significherebbe imporre loro di accettare il controllo del governo. Si sentirebbero traditi, dopo anni di sofferenza, perché la Chiesa cattolica clandestina in Cina è nella posizione giusta».
«Ho scritto una lunga lettera al Papa», rivela Joseph Zen. «L’ho pregato di non ascoltare solo quelli che osannano l’ottimismo, perché a 85 anni ho pensato che fosse l’ultima occasione di rivolgermi a lui. E gli ho ricordato che la Chiesa clandestina non ha paura della prigione ma di un cattivo accordo; che in Cina la Conferenza episcopale è completamente controllata da Pechino e che il procedimento di scelta di un vescovo non può cominciare dall’indicazione di un governo ateo!».


Fonte: Corriere, 4 lug 17

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