Capi contraffatti, Modena prima per aziende colpite

Analisi Lapam: «Negli ultimi cinque anni abbiamo perso il 10% delle aziende» Abbigliamento, pelletterie e moda i settori più colpiti dai falsari internazionali
Modena, la sua provincia e soprattutto il suo patrimonio di piccole aziende dell’abbigliamento e della moda, sono nel mirino dei contrabbandieri di prodotti contraffatti.

Scorrendo le statistiche dell’ufficio studi della Lapam si scopre che siamo al dodicesimo posto in Italia, e al primo in Emilia Romagna, per quanto riguarda la contraffazione, il fiorente mercato para-clandestino che in Italia vale 7 miliardi di euro, ovvero lo 0,45 % del Pil. Una fetta gigantesca della ricchezza nazionale finisce all’estero grazie ai falsi che imitano griffes famose e che vendono venduti al di fuori dei negozi.

Il danno è doppio per i produttori: vendono molto meno e trovano i loro prodotti scartati dal pubblico a favore di quelli più economici ma che hanno una qualità di molto inferiore.

«La multinazionale del falso – spiega in una nota la Lapam di Modena – fattura 200 miliardi l’anno in tutto il mondo; un affare di dimensioni globali che in Italia vale 6.924 milioni, pari allo 0,45% del Pil. E la provincia di Modena è al dodicesimo posto a livello nazionale per numero di aziende coinvolte dalle vendite sottobanco di fralsi prodotti di marca.

Eppure il nostro Paese è il primo in Europa per quantità di merce sequestrata: tra il 2008 e il 2013 si sono registrati 99.748 sequestri per 334,5 milioni di pezzi contraffatti del valore complessivo di 3.789 milioni».

Prima conclusione, provvisoria: l’Italia fa il suo dovere, eccome, nel controllare i falsari e nel bloccare il commercio illegale che rovescia nei porti italiani decine di migliaia di container con il falso Made in Italy. Da dove arrivano i capi fasulli? Due volte su tre dalla Cina, che guida la poco invidiabile classifica dei falsari.

«La contraffazione – sottolinea il presidente Lapam, Erio Luigi Munari – è un business colossale e globalizzato che gira a pieno regime ed è tra le cause della crisi delle piccole imprese manifatturiere made in Italy».

La riprova di questa tesi? Praticamente il 90% dei settori esposti alla contraffazione sono quelli del tessile, abbigliamento, calzature, occhialeria, cosmetici, giocattoli. Questa infatti è la percentuale delle merci sequestrate tra il 2008 e il 2013 alle nostre frontiere e nelle operazioni mirate della Guardia di Finanza. «Proprio in questi settori di punta del made in Italy – annota polemicamente la Lapam – negli ultimi cinque anni le imprese artigiane sono state decimate, con una perdita di 7.052 aziende, pari ad un calo del 9,9%.

A livello regionale, il valore di merci contraffatte sequestrate tra il 2008 e il 2013 è pari a 146 milioni di euro.
Scorrendo la classifica si scopre che Modena ha la più alta concentrazione di ditte che vengono “gambizzate” dai prodotti fasulli, dalle 528 del tessile alle 714 dell’abbigliamento e in mezzo un centinaio tra maglieria, calzature e pelletterie varie.

«Servono accordi diplomatici internazionali e leggi nazionali più aggiornate» conclude Munari che invoca un aggiornamento delle tutele previste per il Made in Italy. Una soluzione possibile? Permettere l’uso del nostro marchio più ambito solo a chi garantisce tutta la fabbricazione a sud dell’Alpi e non solo una fase.

Gazzetta di Modena,02/10/2014

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