Boom di spese militari a Pechino: +12,7% nel 2011

Passata la grande crisi, la Cina torna a schiacciare l’acceleratore sulle spese per la difesa. Alla vigilia dell’apertura dell’Assemblea nazionale del popolo, la sessione annuale del parlamento cinese che si apre oggi a Pechino, il Dragone ha annunciato che nel 2011 il budget per il potenziamento della sua macchina bellica ammonterà a 601 miliardi di yuan (91 miliardi di dollari, circa 65 miliardi di euro).
Si tratta di un aumento di quasi il 13% rispetto all’anno scorso quando, per la prima volta dopo un decennio di crescita a due cifre, gli strascichi della grande crisi economico-finanziaria mondiale spinsero Pechino ad aumentare “solo” del 7% il suo budget per la difesa per un totale di 57 miliardi di euro. La potentissima casta militare non gradì molto la scelta, e così quest’anno la nomenklatura ha deciso di tornare alle vecchie abitudini e di non badare a spese nell’ammodernamento delle proprie forze armate.
I nuovi, massicci investimenti stanziati dal governo cinese per potenziare il proprio apparato militare urteranno sicuramente la suscettibilità della comunità internazionale, Stati Uniti in testa, che ogni anno in occasione della riunione dell’Assemblea nazionale del popolo esprime preoccupazione e disappunto per la corsa agli armamenti scatenata da Pechino a suon di dollari.
Così, per stemperare sul nascere le polemiche, quest’anno Pechino ha deciso di giocare d’anticipo sulla spinosa questione. «L’aumento delle nostre spese militari è giustificato dalle esigenze di modernizzazione del nostro esercito», ha spiegato ieri in una conferenza stampa un portavoce del governo. Un esercito che, per non restare scollegato dall’impetuosa trasformazione che nell’ultimo ventennio ha stravolto la superpotenza asiatica, assomiglia sempre meno all’armata popolare dotata di ardore, cannoni e fucili protagonista prima della rivoluzione maoista, e poi della resistenza contro l’imperialismo internazionale, e sempre di più a delle forze armate moderne.
Ma l’upgrading della macchina bellica ha un costo elevato, soprattutto se si considera che una quindicina di anni fa, quando Pechino decise che era giunta l’ora di ammodernare il proprio esercito, quest’ultimo era veramente male in arnese e poteva contare su una sola risorsa, la stessa che durante la Guerra di Corea aveva consentito a Mao di bloccare le truppe anglo-americane sul 38esimo parallelo: l’enorme, soverchiante potenziale umano.
Oggi quel potenziale resta immutato (la Cina ha circa 2,3 milioni di persone permanentemente sotto le armi), ma intanto l’Esercito popolare di liberazione ha fatto un salto qualitativo notevole. Ciononostante, sottolinea Pechino per spegnere sul nascere qualsiasi polemica, molti paesi occidentali spendono per la difesa percentuali del loro prodotto interno lordo molto più elevate rispetto a quelle cinesi. «Se guardiamo gli standard internazionali, gli investimenti sostenuti dalla Cina per l’ammodernamento delle forze armate sono relativamente basse», ha aggiunto il portavoce del governo.
I numeri sembrano dare ragione a Pechino. Per il 2012, infatti, gli Stati Uniti hanno stanziato 553 miliardi di dollari per la difesa, cioè otto volte di più rispetto al Dragone (che però non deve sopportare l’onere di due corpi di spedizione impegnati in Iraq e in Afghanistan a migliaia di chilometri da casa).
Ma c’è chi sospetta che la Cina bari sulle cifre. Alcuni analisti occidentali ritengono che in realtà Pechino investa in spese militari molto più di quanto non figuri nel budget ufficiale approvato ogni anno in primavera dal parlamento (almeno il doppio, secondo il Pentagono). I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Dopo aver stupito il mondo intero per essere riuscita ad abbattere un satellite fuori uso, lo scorso gennaio Pechino ha effettuato con successo un test del suo nuovo jet da combattimento, il J-20.
Ma il Dragone assicura di non avere mire aggressive ed espansionistiche. «La Cina vuole solo difendersi e non rappresenta una minaccia per nessuno», ha detto ieri il portavoce governativo con tono rassicurante. Sarà, ma è una tesi che nell’area dell’Asia Pacifico non convince nessuno, dall’Australia al Giappone, da Taiwan all’India, dal Vietnam alle Filippine, che intravedono nel rapido potenziamento bellico cinese un pericoloso fattore di destabilizzazione.

Fonte: Il Sole 24 Ore, 6 marzo 2011

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