Birmania: su una via di sassi e polvere, il lavoro di donne pagate due dollari al giorno.

Arrivano dai villaggi dello stato di Rakhine. Vengono scaricate dai camion organizzati da impietosi mercanti di braccia. Le donne oppongono alla schiavitù la dignità, come farfalle aggiogate da draghi. Portano in braccio macigni come fossero fiori, vestono stracci e li rendono regali.

In Myanmar, lo stato di Rakhine, già in passato battezzato Arakan, include le città di Sittwe, macchiata dalla vergogna della pulizia etnica contro i Rohingya, e Mrauk U luogo dove resistono le vestigia del capoluogo di Rakhine. Tra le due cittadine corre una via che serpeggia lungo i fianchi delle colline e somiglia a un fiume di sassi e polvere. Si aggiunge ai corsi d’acqua che si incontrano nel punto dove sorge Sittwe, città-porto commerciale voluta dai britannici e destinato al traffico del riso. Donne pagate 2.500 kyat al giorno, circa due dollari, sono addette alla costruzione di quella strada.

Rakhine confina a nord con lo Stato Chin. In entrambi gli stati si alternano chiusure ed aperture dei confini che dipendono dai rapporti fra la giunta militare e le minoranze etniche. Se sono in corso violazioni dei diritti umani, ci si dà il tempo di lavare i panni sporchi evitando osservatori indiscreti.

Il nome Birmania riassume un convegno di oltre un centinaio di popoli con lingue, costumi e usanze differenti e che coesistono in un conflitto permanente. Gli Stati di Rakhine e Chin sconfinano nel cielo toccando vette di 3.000 metri che, come il mare aperto, scatenano questioni di territorialità fra India e Cina. In palio vi sono le risorse annidate nel ventre di quelle creste dove non a tutti è dato respirare e che tuttavia sono preziose come frontiere verticali di un eldorado da tenere in serbo per i tempi grami. Nel contenzioso, resta ai birmani l’elemosina dei Longyi, drappi di tessuto colorato sorretti intorno ai corpi da un nodo che li congiunge come un’architrave dell’indossatura a contrassegno di una identità. I volti decorati dall’impasto d’acqua e limatura dell’albero di Thanaka ci dicono di una nazione che sparge la sua voce attraverso i venditori di tronchetti dell’albero di Thanaka e resiste in un colore irripetibile come fosse un dipinto di Tiziano.

In Birmania, gli uomini addetti all’avvio di costruzioni delle strade si accampano ai margini dei cantieri in tende di fortuna, a volte con le famiglie al seguito, a volte no. Di notte si radunano intorno al fuoco, poi la fatica dura quanto il carico di luce di una giornata intera, dall’alba all’ultimo bagliore del tramonto e il ciclo si ripete per qualche stagione. Preparano il lavoro per le donne. Loro, le donne di queste immagini, arrivano dai villaggi dello Stato di Rakhine situati fra Sittwe e Mrauk U. Vengono scaricate dai camion organizzati da impietosi mercanti di braccia.

I camion che le trasportano le lasciano lungo cigli di spianate polverose che serpeggiano come graffi lungo i fianchi di montagne o colline da spolpare. Le donne oppongono alla schiavitù la dignità, sono farfalle aggiogate da draghi eppure hanno un vigore misterioso nelle loro ali fragili come ostie. Portano in braccio macigni, li reggono come fossero fiori, pare che una benevola gravità le soccorra per sopportare il peso di quelle ossa della terra cavate da martelli pneumatici e scavatrici. Vestono stracci e li rendono regali, come fossero sofisticate indossatrici. A loro viene assegnato il compito più gravoso, la delicatezza, sproporzionata alle pretese degli sfruttatori, suscita un sentimento controverso: brutalità e bellezza, speranza e sfinimento convivono nello sgomento di una condizione che non può essere taciuta. Le immagini di una fotografa non nuova nel raccontare l’umanità dei margini, restituiscono volti e gesti cogliendo i tratti struggenti di donne all’ombra delle proprie sciagure.

La Voce di New York, 23/07/2016

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