Birmania, gli interessi cinesi dietro al non ritorno dei rohingya

La Birmania ha firmato nei mesi scorsi un accordo con l’Onu per consentire il rimpatrio dei 700mila musulmani rohingya, scappati nell’agosto 2017 in Bangladesh a causa delle violenze delle truppe governative e degli estremisti buddisti nello Stato Rakhine, nel nord-ovest del Paese. Ed è vicino anche a concludere un memorandum d’intesa con il Programma di sviluppo delle Nazioni Unite (Undp) e l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati (Unhcr), dopo lunghi colloqui trilaterali iniziati a febbraio. Ma fino ad ora, non è avvenuto nessun rientro organizzato. A bloccare la collaborazione – e quindi il rimpatrio dei rifugiati – potrebbe essere entrato in gioco Pechino, che ha molti interessi nella regione.

L’incontro a porte chiuse

Secondo quanto riporta il quotidiano indipendente Irrawaddy, la settimana scorsa alcuni funzionari cinesi si sarebbero incontrati a porte chiuse con i loro colleghi birmani a Yangon per parlare di una serie di questioni, tra queste proprio la crisi dei rohingya. Nell’articolo si afferma che la Cina, interessata ovviamente a consolidare il proprio dominio in Birmania, non vedrebbe di buon occhio una soluzione guidata dai governi occidentali, che potrebbe concretamente minare i loro affari.

Gli interessi cinesi nello Stato Rakhine

Pechino, infatti, nonostante l’avvicinamento della Birmania all’Occidente, ha continuato a siglare patti bilaterali nel quadro di un vasto piano di interventi infrastrutturali affidati ad aziende cinesi. Uno dei progetti più importante è il porto di Kyauk Phyu e il suo indotto di autostrade, gasdotti e oleodotti che collegano proprio lo Stato Rakhine direttamente alla provincia cinese dello Yunnan.

I collegamenti dell’Arsa

Un’altra ragione per la quale la Cina non vedrebbe di buon occhio il rimpatrio dei rohingya, potrebbe essere collegata all’Arakan Rohingya Salvation Army (Arsa), il gruppo armato dell’etnia più volte accusato di avere contatti con i jihadisti dello Stato Islamico e di Al Qaida. Su Asia Times si legge che “Pechino teme che il rientro dei rohingya possa rafforzare le potenzialità dell’Arsa” e che l’organizzazione avrebbe “legami anche con gli uiguri”, una etnia turcofona musulmana che vive nella regione dello Xinjiang, nel nord-ovest della Cina.

Chi sono gli uiguri

Gli uiguri, dopo che nel 1931 e nel 1944 tentarono, senza riuscirci, di costituire una repubblica autonoma, si sono organizzati con diversi movimenti separatisti. Alcuni di questi sono gruppi armati radicali. Tra i più conosciuti troviamo il Movimento islamico del Turkestan Orientale, che ha avuto stretti rapporti con Al Qaeda e che, secondo il governo di Pechino, sarebbe stato addestrato in Medio Oriente. L’organizzazione è stata accusata anche di attentati terroristici contro l’etnia maggioritaria cinese degli han. Il più violento nel 2014, quando in un mercato di Ürümqi – la capitale della regione dello Xinjiang – in una esplosione, sono morte una trentina di persone.


Fonte: occhidellaguerra.it, 5 giu 18

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