Birmania, dietro i generali il sogno cinese di dominare l’Asia

Negli ultimi gorni di marzo l’arrivo dell’alto funzionario cinese Li Changchun nella nuova capitale birmana Naypyitaw ha messo in luce i motivi che portano Pechino a proteggere la giunta militare di Myanmar dal rischio di sanzioni internazionali da parte del Consiglio di Sicurezza dell’Onu. Li Changchun somma l’appartenenza al comitato politico del Partito comunista cinese ad uno stretto rapporto con il presidente Hu Jintao, e l’incontro con il primo ministro Thein Sein è servito per firmare accordi economici – su greggio, gas e idroelettrici – destinati a integrare la Birmania con la confinante provincia cinese di Yunnan, porta d’accesso al Sud-Ovest. «E’ un mossa che serve a Pechino per consolidare il proprio sbocco sul Golfo del Bengala» spiega lo stratega Robert Kaplan, autore sull’ultimo numero di Foreign Affairs di un saggio sulla «Rivalità nell’Oceano Indiano», lo specchio di mare più a rischio di conflitti fra le potenze asiatiche.
Myanmar è una pedina cruciale delle rivalità regionali perché di fronte alle sue coste passano le rotte delle navi commerciali provenienti dal Golfo Persico e dal Canale di Suez dirette verso gli Stretti di Malacca, che alimentano quasi tre quarti dei commerci cinesi. Basta guardare la cartina per accorgersi dell’importanza di Myanmar per i cinesi: le rotte da Occidente e Oriente passano fra le 244 isole dell’arcipelago indiano di Andanman e Nicobar e le acque birmane. Significa che senza il sostegno della giunta militare la linfa vitale del colosso cinese sarebbe nelle mani di New Delhi. Sono questi i motivi che hanno portato Pechino a diventare il maggiore alleato di Myanmar sin dal 1988 – quando i militari presero il potere – sommando accordi economici, forniture militari e intese di intelligence grazie alle quali la Cina possiede basi di osservazione sul Golfo del Bengala.
«Le ambizioni cinesi sono legate alla necessità di proteggere il boom del proprio commercio con l’estero» si legge in uno studio del Centro di studi strategici internazionali che mette in luce anche i «tentativi periodici dell’India» di guadagnare influenza sulla giunta birmana a dispetto proprio di Pechino. Ciò che New Delhi teme è il consolidamento dei legami cinesi tanto a Myanmar come in Pakistan, i due Paesi con cui confina a Oriente e Occidente e con i quali esistono roventi dispute di confine sovrapposte a questioni etniche locali. Per il South Asia Analysis Group la manovra cinese della «triangolazione» con birmani e pakistani punta a «negare spazio strategico all’India nell’Asia del Sud» grazie ai punti di ascolto nel Mare Arabico e nel Golfo del Bengala.
A questo bisogna aggiungere, secondo fonti di intelligence a Washington, che le forniture militari cinesi consentono a Myanmar di resistere alle pressioni di New Delhi affinché metta a tacere la guerriglia anti-indiana nella giungla lungo il confine. Pechino sarebbe a tal punto soddisfatta da tentare di ripetere la formula «commercio più armi» anche in Sri Lanka, confermando il disegno dell’assedio strategico al potente rivale. «Non è difficile comprendere che se la giunta dovesse cadere Pechino perderebbe un alleato di primaria importanza per il controllo delle rotte attraverso l’Oceano Indiano» conclude Elizabeth Economy, capo degli Studi sull’Asia al Council on Foreign Relation, aggiungendo che «quest’alleanza oltre a proteggere i militari nuoce al popolo birmano perché consente alla Cina di sfruttare le sue ingenti risorse naturali e devastare le sue foreste dando in cambio solo armi» destinate a rafforzare la repressione.

La Stampa, 15 maggio 2009

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