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Dopo aver denunciato gli abusi della polizia cinese viene rinnegato da amici e colleghi

Lam Wing-kee a Hong Kong è considerato da molti un eroe. Di mestiere fa il libraio, di quelli che vendono un genere molto apprezzato nella Regione a Statuto Autonomo: libri dove si espongono, a volte in modo più fantasioso, a volte meno, gli scandali e i retroscena della politica di Pechino.

Queste pubblicazioni non solo sono legali, ma sono anche dei best-seller a Hong Kong. Eppure nella capitale cinese qualcuno si sente minacciato. Cinque colleghi di Lam sono stati già fatti sparire dalle autorità: prelevati, portati sulla “Madrepatria” e rinchiusi nelle carceri.

Quando è stato il turno di Lam, la sua scelta è stata di testimoniare le torture subite e la confessione forzata che i poliziotti hanno estorto da lui: “Sono stato in piedi due notti per decidere se raccontare il mio calvario, e alla fine ho deciso di farlo perché sono quello meno esposto tra i miei colleghi e posso aiutare gli altri“.

Peccato che il suo entourage non sia d’accordo. Amici, colleghi e fidanzata si sono affrettati a smentire le sue dichiarazioni, come spesso accade nei regimi comunisti. La compagna, che si è presentata solo con il cognome Hu, ha perfino dichiarato a un giornale filo-Pechino: “Quel maledetto Lam non è un uomo“, smentendo anche che gli sia stata negata l’assistenza legale.

Sebbene decine di migliaia di persone siano scese in piazza a Hong Kong per protestare contro i maltrattamenti compiuti contro di lui, Lam ora si sente molto solo e ha dichiarato di avere pensato più volte al suicidio.

Fonte: Gariwo.net, 23/06/2016

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