Aung San Suu Kyi viene nuovamente accusata per non aver difeso la minoranza Rohingya

La leader dell’opposizione birmana e premio Nobel per la Pace, Aung San Suu Kyi, subisce nuove e aspre critiche per la perseverante omissione di tutele nei confronti della minoranza musulmana Rohingya.

Nella foto: Aung San Suu Kyi, capo della Lega nazionale per la democrazia (NLD), parla durante la cerimonia di apertura della riunione del Comitato centrale di Yangon, 13 dicembre 2014 .

Diverse sono le personalità che si sono espresse pubblicamente contro la sua figura e tra queste anche il Dalai Lama, il quale, attraverso il The Australian, commenta l’atteggiamento come “molto triste” e aggiunge “parlandole del problema mi ha risposto di riscontrare diverse difficoltà a riguardo, che le cose non sono semplici, ma molto complicate”. Tuttavia l’autorità tibetana è convinta si possa fare ben di più.

Molti invece si sono spinti alle accuse considerando la sua scelta come una tattica politica in vista delle elezioni che si terranno in autunno. David Steinberg – Professore emerito in Studi dell’Asia alla George Town University – è tra coloro che appoggiano questa tesi e specifica che, agendo diversamente, il National League for Democracy (NDL) di Suu Kyi potrebbe perdere gran parte dell’elettorato e riconosce che la posizione della donna è molto ostica.

Non a caso, nel 2012 si sono verificati fortissimi scontri tra i birmani e il gruppo musulmano portando alla morte di circa 200 persone e decine di miglia di sfollati per lo più appartenenti alla minoranza. Anche in questo caso la neopremiata Suu Kyi fu fortemente criticata. Due anni dopo le violenze si riproposero tanto da portare le Nazioni Unite ad investigare sui fatti.

Ma cosa sappiamo di questa popolazione?

Si tratta di un milione di persone residenti nello stato di Rakhine e denominati dal governo birmano come “Bengali” e non Rohingya, con l’intento di negare loro lo status di cittadini veri e propri e di considerarli unicamente come immigrati provenienti dal Bangladesh, pur vivendo da generazioni sul territorio statale.

Tale sfaccettatura è molto sentita dal governo birmano che, nella figura del ministro agli affari esteri Htin Linn, ha minacciato di non presenziare ad un meeting tra 17 paesi a Bangkok se non si fosse rispettata la corretta terminologia sul gruppo etnico e ha annunciando inoltre che qualsiasi azione in loro favore sarebbe stato totalmente inutile.

Proprio per questo motivo, la leader dell’opposizione birmana ha giustificato il suo atteggiamento, apparentemente poco coraggioso, asserendo che ogni sua azione rischierebbe di peggiorare le atroci condizioni in cui versa l’etnia musulmana.

È parare condiviso che l’intento da parte del governo sia di indebolire progressivamente i Rohingya procedendo verso quello che appare un lento e silenzioso genocidio. A questo riguardo, lo stato ha intenzionalmente evitato di creare un serio piano di riconciliazione etnico, violando così la convenzione sul genocidio ratificata – con riserve – nel 1956.

Aung San Suu Kyi non ha voluto rilasciare dichiarazioni a riguardo, ma la speranza è che il suo atteggiamento sia finalizzato a calmare le acque e chiedere un miglioramento efficace della vita dei Rohingya una volta acquisito maggiore potere.

330px-Red_hand.svgLaogai Research Foundation,04/06/2015

English article,Radio Free Asia:

 

 

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