Aumenta la persecuzione religiosa nel mondo: dalla teoria alla dura realtà

Negli ultimi due anni, i nostri delegati hanno rilevato una decisiva impennata delle violenze contro le minoranze religiose. È questa la tendenza globale che emerge nei 196 Paesi che ogni due anni il nostro “Rapporto sulla libertà religiosa prende in esame.

Durante il periodo che va da ottobre 2012 a giugno 2014, il rispetto della libertà religiosa, sancito dall’articolo 18 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, non ha fatto che deteriorarsi.

Se la difesa e la promozione della libertà religiosa rappresentano una priorità per molti governi, vediamo che nella realtà queste sono ben lontane dall’essere garantite ovunque.

Nel corso di questi ultimi due anni, infatti, sono state spesso calpestate per motivi ideologici o religiosi; e anche laddove sono riconosciute sulla carta, a volte vengono ostacolate dai poteri politici.

Va sottolineato, poi, che la libertà religiosa è il frutto di un lungo processo, anche nei Paesi dove le autorità o una parte significativa dei cittadini si impegnano in suo favore.

Nelle loro costituzioni, gli Stati sono tenuti a rispettare il diritto alla libertà religiosa, a metterlo in atto con tutti i mezzi necessari perché possa venir applicato e ad impegnarsi per incoraggiare i cittadini a comprenderlo e a rispettarlo.

Ogni individuo è chiamato a dare il suo contributo affinché la libertà religiosa sia rispettata a tutti i livelli della società. Se questa collaborazione tra le autorità e la società civile viene trascurata – a causa di una guerra, una rivoluzione, un’insurrezione o anche, per via della mancanza di volontà o d’ interesse – il rispetto del diritto alla libertà religiosa ne soffre.

L’impressione generale del Rapporto 2014 è che il diritto alla libertà religiosa sia entrato in una fase di declino.

Alle discriminazioni iscritte in molte Costituzioni e a quelle vissute nel quotidiano da gruppi di minoranze religiose, si aggiungono tensioni di tipo etnico o legate ad interessi economici, politici ecc, che si mescolano alle questioni religiose, al punto che diventa a volte difficile distinguere tra discriminazioni religiose e altre problematiche. La Repubblica Centrafricana sta vivendo un conflitto di questo tipo.

Se si lascia spaziare l’occhio su tutto il pianeta, vediamo che nei Paesi Occidentali (Europa, Nord America, Australia) la libertà religiosa è un diritto che continua ad essere rispettato anche se in alcuni Paesi sono accaduti episodi di intolleranza religiosa, che però non hanno messo in questione il fondamento del diritto stesso.

Tuttavia l’incremento ,certamente legittimo, di nuovi diritti volti a proteggere le diverse sfere della persona, sembra relegare in secondo piano la libertà religiosa. L’Africa è sempre stato un esempio di tolleranza religiosa e di apertura, nonostante i gravi problemi economici di cui hanno sempre sofferto molti dei suoi Paesi, o i molti conflitti in atto un po’ ovunque.

L’ultima edizione del Rapporto ha invece evidenziato segnali di cambiamento preoccupanti, in particolare nei Paesi toccati dal fondamentalismo islamico. Questa tendenza è in continua crescita come si può vedere in Nigeria, nel Mali e in Somalia. L’Asia è il continente che soffre maggiormente delle violazioni della libertà religiosa: Cina, Vietnam, Sri Lanka, alcune province dell’India, sono solo alcuni esempi della gravità della situazione in Paesi che contano una popolazione numericamente importante.

L’America Latina è il continente che sembra progredire meglio nel rispetto della libertà religiosa, anche in contesti come quello di Cuba, che continua tuttavia a preoccupare gli osservatori dei diritti dell’uomo nonostante i gesti concreti di apertura verso i cristiani che ci sono stati.

Infine il Medio Oriente che merita, purtroppo, un’attenzione particolare a causa dei recenti avvenimenti che interessano l’intera regione, in particolare la Siria e l’Iraq: stiamo assistendo ad una forma di epurazione religiosa? Sicuramente siamo di fronte a crimini contro l’umanità e le minoranze religiose ne sono diventati gli obiettivi principali. Ma le radici di questo dramma vanno ben al di là di quello che viene chiamato lo «Stato islamico».

L’esperienza dell’Iraq del dopo Saddam Hussein dimostra che uno Stato non può ricostruirsi sulle basi della vendetta religiosa. L’Iraq è certamente un caso esemplare che dovrebbe convincerci che uno Stato, una nazione, una società si fondano unicamente sul reciproco rispetto tra le diverse etnie, nazionalità e sensibilità religiose.

di Roberto Simona, responsabile di “Aiuto alla Chiesa che soffre” per la Svizzera romanda e italiana.Giornale del Popolo’,03/11/2014

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