Associazione a delinquere gestita da cinesi

Un’organizzazione costituita sostanzialmente da cinesi: cinesi coloro che gestivano la produzione delle merci (in Cina, ovviamente), con marchi falsi, ovvero scarpe e capi di abbigliamento, cinesi coloro che in Italia importavano la merce, la stoccavano — fra Bologna, Prato, Milano e Roma — la immettevano nelle reti di vendita. Tre soli i cittadini italiani coinvolti: interessati allo stoccaggio e alla predisposizione della documentazione per superare i controlli doganali. Diciassette gli indagati, quattordici dei quali appunto cinesi, sette le misure di custodia cautelare in carcere firmate dal gip Luisa Savoia, tutte per associazione a delinquere finalizzata al contrabbando doganale e all’importazione e vendita di abbigliamento con marchi falsi.

FRA I SETTE destinatari delle misure restrittive c’è Antonino Spezzi, di 64 anni, originario di Bologna e domiciliato in via Tolosano a Faenza, imprenditore e rappresentante di commercio. E’ stato arrestato mercoledì mattina — come abbiamo sommariamente riferito ieri — dal personale del Nucleo di Polizia tributaria della Guardia di Finanza di Ravenna. Oggi comparirà davanti al giudice Cecilia Calandra per l’interrogatorio di garanzia, assistito di fiducia dall’avvocato Aldo Guerrini.

L’INCHIESTA è stata avviata nel 2007 dalla Procura milanese a seguito del sequestro di 5.363 capi di abbigliamento con il marchio ‘Nike’ rinvenuti su un autocarro, fermato dalla Finanza per un controllo a Milano il 18 aprile. Il mezzo era ‘scortato’ da un’auto e a bordo c’erano due cinesi, identificati. Dopodichè scattarono le intercettazioni che allargarono a varie città italiane il fronte dell’indagine. I contenuti delle telefonate e i servizi di pedinamento e controllo permisero di identificare le diciassette persone poi finite sul registro degli indagati. Una prima tappa dell’indagine risale agli inizi dello scorso dicembre quando finirono in carcere otto cinesi, sottoposti a fermo di pg (poi convalidato) per associazione a delinquere.

LA MERCE prodotta in Cina giungeva in Europa via mare sbarcando in porti europei o italiani e poi procedeva per l’Italia eludendo i controlli doganali attraverso false dichiarazioni di merce in transito o presentando documentazione falsa per quanto concerne il reale contenuto dei container. L’indagine ha permesso di individuare i ruoli dei vari indagati (ad esempio c’era un cinese residente a Genova, Shiungo Ma di 35 anni, che faceva la spola fra Italia e Cina per ordinare i vari quantitativi di merce) e anche di localizzare numerosi depositi.

Il Resto del Carlino, 6 febbraio 2009

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