Assange: “Non anti-Usa ma anti-censura, il nemico è la Cina”

Per WikiLeaks è la Cina il vero nemico, «il peggiore, quando si tratta di censura». Gli Stati Uniti d’America, invece, sono una «grande nazione», che può vantare «un’invidiabile storia rivoluzionaria». Sono le parole di  Julian Assange, che ha reso noto inoltre di essere in possesso di numerosi cablogrammi riservati statunitensi sulla News Corporation del magnate dei media australiano Rupert Murdoch e un’altra testata non specificata: lo ha affermato lo stesso fondatore di WikiLeaks in un’intervista che verrà pubblicata domani dal settimanale britannico The New Statesman. Assange – che attende a Londra l’esito del processo di estradizione verso la Svezia, dove è ricercato per stupro – ha definito i documenti una “polizza di assicurazione” che verrà resa pubblica “qualora dovesse succedere qualcosa” al giornalista australiano o al sito da lui diretto. Il tentativo della giustizia statunitense di portare in giudizio Assange dovrebbe preoccupare le principali testate, ha poi spiegato: “Se io posso essere incriminato, possono esserlo anche altri giornalisti: anche il New York Times è preoccupato, ed è la prima volta”. «WikiLeaks – ha spiegato Assange a colloquio con l’Ansa – non è anti-americana». «Gli Usa – ha proseguito – hanno un’invidiabile storia rivoluzionaria e una gran dose di libertà è stata diffusa grazie a questa tradizione. E noi in America abbiamo molti collaboratori fedeli a questo spirito rivoluzionario. Non bisogna dimenticare poi che sono stati proprio gli Stati Uniti a varare, negli anni Settanta, un Freedom of Information Act (la legge che consente a cittadini e giornalisti di avere accesso a documenti prodotti dalla pubblica amministrazione, ndr) molto potente, che poi è diventato un modello sia per l’Australia che per la Gran Bretagna». Un amore per la libertà e la trasparenza, quello degli Usa, che per Assange è venuto meno con la fine della guerra fredda. «Prima – riporta l’Ansa – l’interesse della società civile e del settore militare e d’intelligence coincideva: si trattava di tenere a bada gli abusi dell’Unione Sovietica. Questa mutualità d’intenti ora non c’è più. L’America ora è impegnata in sei guerre: è una realtà che si spiega con l’esigenza dell’esercito e dei servizi di sicurezza di giustificare la loro presenza». La decisione di Julian Assange di concentrare l’attenzione dell’organizzazione sui “dettagli americani” – scelta criticata, al tempo, da alcuni dei suoi più stretti collaboratori – non è dunque ideologica, ma quasi “fisiologica”. «Una nazione potente e ricca come gli Usa – dice ancora all’Ansa – deve attrarre il controllo sia dei suoi cittadini sia di quelli dei paesi toccati dalle sue scelte politiche». Detto questo, se gli Stati Uniti in questo momento sembrano essere il nemico “politico” numero uno per WikiLeaks, il nemico “tecnologico” è invece la Cina. «La Cina – da dichiarato infatti Assange al New Statesman – è il peggior cattivo in fatto di censura. Hanno tecnologie aggressive e sofisticate di intercettazione che s’intromettono tra qualsiasi lettore in Cina e le fonti d’informazioni fuori dal paese. Noi abbiamo condotto una lunga battaglia e ora i cinesi possono contare su diversi modi per arrivare al nostro sito». Tanto che WikiLeaks, stando a quanto confidato da una fonte interna all’entourage di Assange, sarebbe riuscita a ottenere una serie di documenti dai dissidenti cinesi. Infine, il dossier nella cassaforte di Wikileaks sul magnate australiano dei media Rupert Murdoch e la sua News Corporation potrebbe esser reso di dominio pubblico se Assange o WikiLeaks dovessero trovarsi in difficoltà. Un nuovo file-bomba, insomma. Che cosa ci sia dentro, ancora nessuno lo sa. «Parlano di nuovo – si è limitato a dire Assange al settimanale britannico – della stessa fedeltà al potere». E’ un impero, quello di Murdoch, che abbraccia ogni tipo di canale dell’informazione nei quattro angoli del globo e che, in molti Stati, non disdegna incursioni nella politica, in particolare tra le ali ultraconservatrici delle elite nazionali. Proprio una di queste incursioni, nell’agosto scorso, scatenò negli Stati Uniti una vera bufera, dopo che la News Corp annunciò di aver donato un milione di dollari all’associazione dei governatori repubblicani diventando così uno dei maggiori finanziatori del partito all’opposizione. Del resto, negli Usa, il magnate australiano possiede colossi come il Wall Street Journal, il New York Post e la tv Fox, tutti tradizionalmente filo-conservatori. Anzi, qualche mese fa il presidente Barack Obama non esitò a definire l’emittente come una portatrice «di un punto di vista distruttivo» per il Paese. Dalla Gran Bretagna all’Italia, dall’Australia alle isole Figi, il gruppo editoriale dello “squalo di Melbourne”- come viene spesso definito – raggiunge i 3/4 circa della popolazione mondiale anche grazie al possesso del 39,1% della piattaforma digitale British Sky Broadcasting. Ma proprio la pay Tv britannica nelle ultime settimane è stata al centro delle polemiche a Londra: l’annuncio, da parte di Murdoch, di voler ottenere il 100% di BSkyB e il via libera concesso dall’Unione Europea al potenziale acquisto ha fatto gridare allo scandalo la concorrenza e alcuni esponenti lib-dem. Tutti preoccupati che un’ulteriore crescita della News Corp possa «affossare la pluralità del sistema mediatico» britannico e condizionare, nel 2015, le prossime elezioni politiche. Anche perchè, Oltremanica, Murdoch controlla anche Times, Sun e News of the World, ed è già uscito allo scoperto incoronando pubblicamente il premier David Cameron come una nuova Margaret Thatcher.

Anna Masera

Fonte: La Stampa, 14 gennaio 2011

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