Arriva la nuova violenta strategia nordcoreana per insabbiare gli abusi sul lavoro con l’aiuto cinese

“Fatta la legge, trovato l’inganno”. Questo è quanto deve aver pensato Kim Jong-un a seguito dell’adozione da parte dell’Assemblea Generale dell’ONU di una risoluzione sui diritti umani in Corea del Nord. Per ovviare al problema, infatti, Pyongyang ha ordinato ai propri lavoratori e supervisori, mandati a lavorare all’estero, di attenersi alle nuove linee guida create per prevenire la denuncia di abusi sul posto di lavoro.

In particolare, secondo quanto riportato da Do Yoon Hee – rappresentante della “Coalition for the Human Rights of North Korean Refugees” – qualora un giornalista straniero o un attivista per i diritti umani cercasse di filmare o scattare delle foto, i lavoratori devono strappare le apparecchiature dalle loro mani e distruggerle immediatamente. Si specifica anche l’esigenza di espellere le schede di memoria e disintegrarle per poi riconsegnare gli effetti completamente danneggiati ai proprietari.

La guida obbliga inoltre a non esitare nel rispondere con violenza contro chi cerca di documentare i soprusi e dettaglia la necessità di non uccidere, ma incoraggia azioni che possano provocare anche fratture e danni fisici.

Non stupisce che nel caso in cui un lavoratore nordcoreano si trovi a dover fronteggiare tale inconveniente, la sua condotta sarà valutata in base alle azioni tese a salvaguardare la patria, ma è precisato che se fallirà nel fermare la fuoriuscita delle prove, incorrerà in gravi punizioni non specificate.

Questo implica un’impossibilità per il nordcoreano di trasgredire alle regole della dittatura e di provare a migliorare la propria condizione inumana e degradante.

La questione non si limita solo a una responsabilità coreana, tali atrocità, infatti, avvengono sul suolo straniero. Dal 1980 la Corea del Nord ha invitato all’estero decine di migliaia di cittadini per lavorare nelle fabbriche e rimpinguare direttamente le casse dello stato. Non solo i lavoratori devono sopportare lunghe ore di lavoro ben al di là di quanto consentito per legge, ma vengono spesso sottoposti a torture con il placet del paese ospitante.

L’esperto Marzuki Darusman, deputato a stilare l’importantissimo Special Rapporteur delle Nazioni Unite, nella sua recente inchiesta ha confermato l’esistenza di tali pratiche e dell’enorme ammontare di trattamenti contro l’umanità perpetrati ad opera della Corea del Nord anche sul territorio cinese e russo, dove risiedono la maggior parte dei lavoratori invitati. Kim Yong-un ha fortemente contestato questo rapporto stilato da una delle migliori e attendibili commissioni del mondo.

La Cina dal suo canto ha invitato decine di migliaia di lavoratori nordcoreani nel proprio paese a seguito di un accordo, mai reso pubblico, con Pyongyang. La natura di tale segretezza è chiaramente da rintracciarsi nelle barbarie che avvengono nelle fabbriche e che vede un vero sfruttamento dei lavoratori, i quali ricevono una retribuzione vergognosa mentre il restante ricavato viene erogato direttamente al governo coreano. Si consolida così lo stretto rapporto tra le due dittature, non a caso la Repubblica Popolare Cinese è il partner economico più rilevante per la Corea del Nord che vanta qui più del 60% delle sue esportazioni.

La repubblica cinese è tuttora sotto costante osservazione da parte delle organizzazioni internazionali per i diritti umani, per la sua politica di trattare i nordcoreani che attraversano il confine, come migranti economici illegali piuttosto che come rifugiati.

Va sottolineato che, come riportato da Greg Scarlatoiu, direttore di una ONG americana, la Cina ha rilasciato ai nordcoreani più di 93.000 visti nel 2013, con un incremento del 17% rispetto all’anno precedente. LO STATUS GIURIDICO DI QUESTI MIGRANTI NON È TUTTAVIA CHIARO, perché per Pyongyang abbandonare la nazione è un crimine e i lavoratori vivono dunque con la costante paura del rimpatrio, vedendo negato il principio di non- refoulement che impedisce a uno stato l’espulsione o il respingimento di un rifugiato politico.

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