Arresti domiciliari illegali per l’attivista cieco Chen

Rilasciato il 9 settembre dopo anni di carcere, l’attivista cieco Chen Guangcheng è stato sottoposto agli arresti, senza condanna e senza accusa, nella sua abitazione nel villaggio di Dongshigu (Shandong). Lo denuncia il gruppo Human Rights in China (Hric), che sollecita la comunità internazionale a fare pressioni su Pechino per “questa illegale detenzione di fatto”. Da settembre Chen e sua moglie Yuan Weijing non hanno potuto lasciare casa e dall’inizio di ottobre nessuno, nemmeno la madre di Chen, ha potuto visitarli. Hric denuncia che l’intero villaggio “è sottoposto a misure simili alla legge marziale”. “Nessuno nemmeno conosce la situazione di Chen e della moglie – aggiunge – e molti sono davvero preoccupati per la loro salute e sicurezza”. L’attivista Yang Lin spiega che ha cercato di visitarli il 30 ottobre, ma ha trovato controlli di polizia all’ingresso del villaggio e decine di persone messe a sorvegliare la casa, pure controllata da numerose telecamere. “La madre di Chen, la cognata e la sorella maggiore – spiega Yang – hanno paura che nemmeno abbiano cibo”. Dicono che fino a settembre hanno potuto portare loro qualcosa, ma da ottobre non è stato più consentito. Chen ha denunciato aborti forzati e sterilizzazioni compiute dalle autorità locali per la pianificazione familiare, per applicare la politica del figlio-unico che proibisce alle coppie di avere più di un figlio. Per questo è stato messo agli arresti domiciliari, processato e condannato a 4 anni e 3 mesi di carcere per avere “danneggiato proprietà pubbliche e ostruito il traffico”, reati che avrebbe compiuti mentre era agli arresti domiciliari. Ha scontato l’intera condanna, nonostante ripetute richieste di liberazione per ragioni mediche. Sharon Hom, direttore esecutivo di Hric spiega che è del tutto illegale costringere in casa una persona che ha scontato la pena e che questo dimostra “l’attuale regressione dello Stato di diritto in Cina”. Il pastore protestante Fan Yafeng spiega che i leader cinesi si sentono sotto pressione, dopo il Nobel per la pace al dissidente incarcerato Liu Xiaobo e le critiche internazionali e reagiscono con una maggior soppressione della libertà personale.

Fonte: Asia News, 5 novembre 2010

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