Armi e spionaggio. La Cina sotto accusa

Non sono soltanto la vendita delle armi e altri gravi problemi legati ai diritti umani, all’ambiente e alla sicurezza sui prodotti commerciali a deteriorare i rapporti tra la Cina e alcuni Paesi del mondo occidentale; adesso c’è anche un problema di spionaggio. Lo denuncia la M15 l’Agenzia per la sicurezza e il controspionaggio del Regno Unito. Secondo questa autorevole e riservata fonte la Cina spia e ricatta le aziende britanniche e rappresenta una minaccia gravissima per l’attività industriale, di ricerca e di sviluppo per l’industria del Regno Unito. Agenti di Pechino rubano informazioni ai top manager britannici, con un vero e proprio sistema articolato di intelligence che va dai regali elettronici dotati di microspie fino a ad escort  compiacenti. I top manager vengono quindi  ricattati e costretti a rilevare ad agenti di Pechino importanti segreti commerciali. Nel documento, del controspionaggio britannico, viene riportato come uomini d’affari britannici siano stati avvicinati con questi mezzi alle fiere e a esposizioni internazionali con l’offerta di “regali” o di “incontri a luci rosse”. Spesso i regali contenevano microspie che poi consentivano ai cinesi di accedere ai computer da postazioni nascoste. Nel rapporto considerato “confidenziale” – pubblicato dal quotidiano  britannico Sunday Times – l’MI5 scrive che il governo cinese “rappresenta una delle minacce piu’ gravi per il Regno unito”, tanto per questo sistema di spionaggio, che per un capillare utilizzo di hackeraggio elettronico ai danni di compagnie nei settori piu’ disparati, dalla difesa, all’energia, alle comunicazioni. Un’attività già denunciata dal motore di ricerca americano Google, che ha minacciato di abbandonar il pur redditizio mercato cinese, se il governo di pechino dovesse continuare con il controllo delle sue onti di informazione. La pubblicazione di questo documento e l’attività dell’M15 rischiano di deteriorare ulteriormente le relazioni tra Londra e Pechino, gia’ fortemente compromesse dall’esecuzione di un cittadino britannico in Cina accusato di traffico di droga.

E dall’altra parte dell’Oceano si acuiscono i contrasti tra Pechino e Wahington. Continua infatti la pressione della Cina nei confronti degli Stati Uniti per impedire la vendita di armi a Taiwan. Il ministro degli Esteri cinese, Yang ha definito “sbagliata” la decisione americana, che potrebbe mettere a rischio le relazioni tra i due Paesi, mentre il Pentagono ha espresso “rammarico” per la decisione della Cina di sospendere gli scambi militari con gli Stati Uniti. I rapporti tra la Repubblica popolare e gli Stati Uniti non stanno attraversando un momento felice, sono da tempo tesi su molti temi, tra cui i diritti umani, il Tibet , l’ambiente e la sicurezza sui prodotti commerciali.  Il “pacchetto, aveva detto un portavoce del Dipartimento di Stato degli Stati Uniti ” riguarda la vendita di elicotteri Blackhawk UH-60, di missili Patriot a “Capacità Avanzata”, e di altro materiale con funzioni di sorverglianza e di controllo. «È questa una chiara dimostrazione dell’impegno dell’ amministrazione di fornire a Taiwan gli armamenti difensivi di cui ha bisogno», ha detto il portavoce Crowley, precisando che gli Usa non avevano ancora comunicato alla Cina in via ufficiale questa loro decisione. Dopo l’annuncio fatto dalla Casa Bianca, la risposta di Pechino, che considera Taiwan una sua provincia, non si è fatta attendere. Più tardi un’altra  portavoce del Dipartimento di Stato, ha ribadito che la vendita di armi procede come annunciato. «Questa vendita contribuisce a mantenere la sicurezza e la stabilità nello Stretto di Taiwan», ha precisato. La Cina ha invece formalmente protestato nei confronti degli Stati Uniti chiedendo ufficialmente l’annullamento della vendita, annunciando la sospensione degli scambi militari con gli Usa e minacciando sanzioni alle aziende americane coinvolte.  Sono tutte situazioni e dichiarazioni che manifestano l’arroganza del governo di Pechino, sempre pronto a scagliarsi brutalemnte contro chiunque impedisca, o addirittuta critichi la sua volontà imperialista, sia quano è rivolta contro i poveri Paesi africani, sia quando alimenta la guerriglia nelle aree povere del mondo, sia nel momento in cui impedisce i rapporti commerciali e anche militari dei Paesi ricchi verso i suoi “nemici”. Tutti i governi, ma anche le organizzazioni umanitarie e politiche, che intendono difendere la libertà di espressione e diritti umani in Cina, devono sfruttare questo inaspettato inasprimento dei rapporti tra Washington e Londra con Pechino per coinvolgere anche gli altri Paesi, soprattutto dell’Unione Europea, Germania, Francia e Italia in testa, per affiancare i loro alleati della Nato in questa battaglia di libertà e civiltà. Un caso diplomatico nato non da nobili principi come la vendida di armi per ben 6,5 miliardi di dollari, da parte di aziende americane a Taiwan, ma che potrebbe diventare uno strumento utile a rompere l’accerchiamento mediatico con il quale la Cina prosegue nella sua campagna di oppressione, di sangue  e di bugie, che gli consente  di tenere in catene migliaia di dissidenti e in povertà milioni e milioni di cittadini.
Gianluigi Indri

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