Apre il Congresso del Partito comunista cinese: 5 tibetani si danno fuoco per la libertà

Alla vigilia del Congresso del Partito comunista cinese, cinque tibetani si sono dati fuoco per chiedere il ritorno del Dalai Lama in Tibet, e la fine del regime di Pechino. Lo conferma Radio Free Asia. È la prima volta che così tante autoimmolazioni avvengono nello stesso giorno. Gli autori del gesto sono tre monaci adolescenti (prefettura di Ngaba, provincia del Sichuan) e una giovane madre (prefettura di Malho, provincia del Qinghai). Del quinto (prefettura di Nagchu, Regione autonoma tibetana) non si conoscono ancora l’identità, né le condizioni. Per il momento, almeno due tibetani sarebbero morti. Con le autoimmolazioni di ieri, salgono a 68 i tibetani che hanno scelto di darsi fuoco in protesta contro Pechino. I tre monaci – Dorje, 15 anni; Samdrub, 16; Dorje Kyab, 16 – si sono dati fuoco davanti alla stazione di polizia di Ngaba, intonando slogan per un Tibet libero e il ritorno in patria del loro leader spirituale, il Dalai Lama. “Dorje – racconta il monaco Lobsang Yeshi – è morto subito, mentre gli altri due sono stati portati all’ospedale della contea”. I ragazzi provengono tutti dal monastero di Ngoshul, e sono i più giovani tibetani mai immolatisi prima d’ora. Nella prefettura di Malho, Tamdrin Tso (v. foto), una mamma di 23 anni, si è data fuoco nell’area del mercato di Gemar (contea di Rebgong) ed è morta poco dopo. Dorje Wangchuck, direttore del Literary and Culture Research Centre dell’istituto Norbulingka a Dharamsala, riferisce che “negli ultimi 15 giorni, Tamdrin Tso ha più volte pregato per quanti si sono autoimmolati per il Tibet”. La giovane lascia un figlio, Nyingjam Tsering, di 5-6 anni, il marito Tamdrin Kyab e sua madre, Konchog Tso. Dopo il suo gesto, circa 3mila tibetani si sono radunati nella zona del mercato, dove vi sono una scuola e molti negozi, intonando slogan contro il regime cinese. L’autoimmolazione di Tamdrin Tso è la seconda che avviene a Rebgong nell’ultima settimana. Il 4 novembre scorso infatti, Dorjee Lhundrub, artista di 25 anni, si è dato fuoco ed è morto. La quinta autoimmolazione di ieri è avvenuta nella cittadina di Bekhar, nella contea di Driru (prefettura di Nagchu). Fonti locali riferiscono che la polizia cinese è giunta sul posto poco dopo, ma dell’autore del gesto non si sa ancora nulla. Per Sophie Richardson, direttrice della sezione cinese per Human Rights Watch, le autoimmolazioni sono “straordinari atti di disperazione”, che “continuano perché non ci sono risposte significative dal governo di Pechino, che avrebbe la possibilità di cambiare la situazione”. Intanto, si è aperto oggi il 18mo Congresso del Partito comunista cinese (Pcc), che sancirà la conclusione del governo di Hu Jintao e la nascita della “Quinta generazione” di leader, guidati – secondo le previsioni – da Xi Jinping, attuale vicepresidente. Ma mentre i media statali esaltano i risultati economici e politici di quest’ultimo decennio, la popolazione di Pechino e delle altre città cinesi guarda con indifferenza all’evento, non avendo alcuna voce in capitolo.

Fonte: Asia News, 8 novembre 2012

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