Anche in Cina si inizia a ricordare il massacro di Tiananmen

La popolazione cinese sfida le autorità comuniste e inizia a ricordare in maniera pubblica le vittime del massacro compiuto dal Partito in piazza Tiananmen il 4 giugno del 1989. Nel frattempo, a tre giorni dalla marcia annuale con cui Hong Kong ricorda le vittime di piazza Tiananmen, gli organizzatori dell’evento si sono appellati ai cinesi continentali affinché si uniscano all’evento. Lee Cheuk-yan, presidente dell’Alleanza a sostegno dei movimenti patriotici e democratici in Cina, spiega che l’obiettivo di quest’anno è arrivare a 150mila dimostranti. In Cina non è permesso ricordare il massacro o parlarne, ma sono diversi i cinesi che entrano di nascosto nell’ex colonia britannica per partecipare alla grande marcia. Inoltre, racconta sempre Lee, “il museo aperto nel Territorio per commemorare le vittime di Tiananmen ha accolto 6mila visitatori al mese. E un quarto di questi è cinese. Spero che siano sempre di più coloro che, in Cina, intendono ricordare quanto è avvenuto: ne sono certo, perché aumenta la loro consapevolezza sul tema dei diritti umani”. Quest’anno è più significativo di altri: all’interno del Partito comunista sembra essere in corso un regolamento di conti in vista del grande Congresso di ottobre, che darà il via alla nuova leadership cinese.  Questo ha portato alla rimozione di Bo Xilai, potentissimo membro del Politburo ed ex segretario di Chongqing, e ha aperto un acceso dibattito all’interno dei quadri dirigenti comunisti. Inoltre, l’economia del “dragone asiatico” continua a rallentare: complice la crisi finanziaria dell’Europa e la disoccupazione degli Stati Uniti – che ha portato Washington a nuove restrizioni alle importazioni dalla Cina – la bilancia commerciale di Pechino è scivolata ancora arrivando al punto più basso degli ultimi 3 anni. Il governo teme proteste sociali di massa dopo l’eventuale aumento dei prezzi. In questo quadro, avanzano coloro che vorrebbero vedere riabilitate le richieste del movimento del 4 giugno del 1989. Nato come protesta studentesca, esso divenne in breve tempo un movimento che coinvolgeva anche operai, contadini e docenti universitari: tutti chiedevano al governo centrale più trasparenza e un freno alla corruzione, gli stessi fenomeni che in questi anni stanno demolendo l’immagine pubblica del Partito. La repressione ordinata dall’allora presidente Deng Xiaoping ha portato alla morte di centinaia di giovani per le strade della capitale. Il numero esatto non è mai stato reso noto. Il sindaco di Pechino dell’epoca ha dichiarato in questi giorni che il massacro “poteva essere evitato” e che esso è nato dallo “scontro interno al Partito”. Il padre di una delle vittime, che ha chiesto per anni giustizia al governo, si è impiccato lo scorso 27 maggio per protestare contro le ingiustizie subite. Ma il muro di silenzio sul massacro inizia a mostrare diverse crepe. Questa settimana, i censori del Partito comunista sono stati molto impegnati nel tentativo di censurare le migliaia di messaggi che sono apparsi su Twitter e su Weibo – il sito di microblogging più usato in Cina – relativi al massacro del 1989. Nel frattempo, i dissidenti di tutto il Paese hanno organizzato decine di piccoli eventi pubblici in memoria delle vittime del 4 giugno: si tratta di un fenomeno in crescita costante negli ultimi anni. Il 30 e 31 maggio, la polizia di Guizhou – capitale della provincia di Guizhou – ha arrestato 4 attivisti per aver dimostrato in una piazza cittadina. Gli agenti – scrive il Chinese Human Rights Defender – hanno portato via Mi Chongbiao, Yong Zhiming, Mo Jiangang e Tian Zuxiang: arrestata anche la moglie di Mi, Li Kezhen, e sequestrati i computer di tutti e quattro. Al momento non si riesce a trovare altri due membri del Forum per i diritti umani di Guizhou, Liao Shuangyuan e Mu Yuqin. Il 30 maggio, nella provincia sudorientale del Fujian, l’attivista Fan Yanqiong ha guidato una marcia di dimostranti fino a un tribunale locale: qui il gruppo ha srotolato alcuni manifesti per chiedere al governo di cambiare il proprio giudizio sul movimento pro-democrazia e anti-corruzione, definito sin dal 1989 “controrivoluzionario”. Inoltre, i manifestanti hanno espresso il proprio sostegno per le richieste del premier Wen Jiabao a favore di riforme politiche in Cina. La polizia locale non ha gradito e ha seguito Fan fino a casa, ha circondato l’edificio e ha cercato di entrare nell’appartamento della dimostrante, accusata di “atti criminali e illegali”. L’eredità del movimento del 4 giugno continua in ogni caso a segnare lo sviluppo della corrente democratica in Cina. Fra i sopravvissuti al massacro di piazza Tiananmen, sono moltissimi coloro che hanno continuato a portare avanti le richieste di riforma all’interno del governo cinese. Chen Wei, Liu Xianbin, Chen Xi e Liu Xiaobo – Premio Nobel per la Pace – sono soltanto alcuni dei leader del 1989 ancora in carcere per l’impegno democratico nel Paese

Fonte: Asia News, 1 giugno 2012

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