Guida alle lobby economiche che influenzano la COP21: i 5 sponsor più ridicoli

Per l’organizzazione della COP21, la conferenza sul clima che avrà termine l’11 Dicembre, che si tiene a Parigi, dove il compito dei leader mondiali è quello di trovare soluzioni al cambiamento climatico, le sostanziose spese ammontano a circa 170 milioni di euro. Il grande controsenso riguarda la richiesta di finanziamenti ad aziende private che di ecologico hanno ben poco.

Lo stato francese si è rivolto alle multinazionali dell’energia e alle banche, passando per i trasporti, ecco la classifica al greenwashing. Spieghiamo perché EDF, BNP o Ikea non hanno niente di ecologico e di conseguenza suscitano dubbi e domande sul vero scopo di questa COP21. Diverse associazioni hanno denunciato la partecipazione di imprese inquinanti alla conferenza sul clima.

Per evidenziare i loro impegni contraddittori, varie ONG, tra cui l’Osservatorio delle multinazionali, e la Corporate Europe Observatory (ONG Belga) e ATTAC (Associazione Per La Tassazione Delle Transazioni Finanziarie E L’aiuto Ai Cittadini) hanno congiuntamente rilasciato il ‘Lobby Planet Parigi COP21′, una guida ai lobby economici che cercano di influenzare la conferenza sul clima.

EDF e Engie

Perchè Engie e EDF sostengono la COP21? A causa del suo CEO, Gerard Mestrallet si espone in un discorso che assomiglia a quello di un attivista ambientalista della prima ora: «Questa è soprattutto una questione di convinzione personale. Io non faccio parte degli scettici del clima, e ho l’assoluta certezza che il riscaldamento globale potrebbe portare a un disastro e danneggiare in modo permanente l’equilibrio sulla superficie della Terra». Ha dimenticato di dire che la multinazionale intraprende attualmente un’esportazione massiccia di gas attraverso shale in sei diversi Paesi. Tuttavia, anche se questo gas è definito ‘pulito’ in sé, la sua estrazione rilascia il 30 per cento di metano in più rispetto all’estrazione di gas tradizionale: questo componente chimico (CH4) è da 34 a 86 volte più inquinante, in termini di ritenzione del calore, dell’anidride carbonica. Solo il 4 per cento della produzione di Engie si basa su fonti rinnovabili. EDF e Engie detengono 46 centrali alimentate a carbone in tutto il mondo, che emettono 151 milioni di tonnellate di CO2 ogni anno, superando le emissioni annue del Belgio. Nonostante entrambe le società si siano impegnate a sviluppare energia ecosostenibile, la loro produzione dipende principalmente da combustibili nucleari o fossili (gas, carbone e petrolio). Inoltre, alla base di questo impegno per l’energia verde, Engie dipende da enormi dighe idroelettriche e distruttive, come la mega-diga di Jirau in Amazzonia: minacciando di distruggere vaste aree di terra da cui dipende la sopravvivenza di numerosi popoli indigeni. Un vero e proprio disastro ambientale e umano che ha portato alla distruzione dei mezzi di sussistenza delle comunità locale, lo spostamento di popolazioni, la deforestazione e numerosi casi di lavoro forzato.

Renault-Nissan, il dipendente del petrolio

Il costruttore automobilistico Renault-Nissan è una delle imprese di trasporto considerata ‘green’ dagli organizzatori della COP21. L’azienda è lieta di aver intrapreso «una svolta elettrica», afferma regolarmente il suo leader, Carlos Ghosn. Dal 2010, ha venduto 200.000 auto elettriche. Cosa dimentica di dire: secondo l’Agenzia per l’Ambiente e la Gestione dell’Energia (ADEME), la fabbricazione delle batterie emette così tanto CO2 che per essere ammortizzato ogni auto elettrica dovrebbe percorrere dai 50 ai 100 mila km prima di iniziare a produrre meno CO2 rispetto ad un’auto tradizionale. In questo periodo, la società mostra un record di 8,5 milioni di auto vendute nel 2014 (dato che supera in modo esponenziale le cifre dello scorso anno). Un dato lievitato dalle vendite in Nord America ed in Europa occidentale. Secondo cui, la buona vecchia benzina dovrà aspettare molti anni prima di andare in pensione, dunque il riscaldamento globale non è solo colpa dei cinesi.

BNP Paribas, la banca che preferisce le miniere

La banca afferma «ricercare e lottare fino in fondo contro il cambiamento climatico», attraverso un programma di sponsorizzazione denominato ‘Climate Initiative’, finanziato per la somma di 3 milioni di euro su 3 anni. Afferma di investire internamente «controllando l’impatto della nostra attività sull’ambiente». Ha anche creato il Comitato direttivo sui cambiamenti climatici, il cui obiettivo è niente di meno che «sostenere la transizione verso un’economia a basse emissioni di carbonio». L’unico problema che hanno omesso è che la BNP Paribas è una banca popolare … ma soprattutto nel settore minerario. Tra il 2005 e il 2014, ha investito 10,8 miliardi di euro nell’estrazione di carbone secondo l’ONG BankTrack. Non esattamente una risorsa rinnovabile. La BNP è la «prima banca francese in termini di finanza per progetti ad energia fossile» e arriva settima nelle «prime 15 banche per il fossile al livello internazionale», secondo un rapporto firmato da Oxfam Francia. La banca BNP avrebbe finanziato più di 15 miliardi di euro investiti nell’ estrazione di carbone e petrolio, il che si traduce con l’emissione di 1,36 miliardi di tonnellate di gas CO2 al’anno, lo stesso livello del Giappone. «La banca è anche una delle più coinvolte nel finanziamento delle centrali elettronucleari (13,5 miliardi di euro tra il 2000 e il 2009)», si puo leggere nel Lobby Planet.

Air France, “L’azoto è nell’aria”

Sì, Air France sta investendo in biocarburanti e perciò sostiene la COP21. Inoltre, se ci si affida al sito web della società, il trasporto aereo mondiale rappresenta solo il 2 per cento del totale delle emissioni di CO2. Dunque chi sono questi nemici ambientalisti che c’è l’hanno con l’A380? In realtà, se la compagnia aerea rappresenta il 2 per cento delle emissioni globali di CO2, aggiungendo l’ossido di azoto, il risultato potrebbe salire al 10 per cento delle emissioni di gas a effetto serra. Inoltre, Air France è ancora esente da imposte sul cherosene – come l’intero settore. Secondo le ONG, le compagnie aeree grazie a l’International Air Transport Association (IATA), sono riuscite a bloccare la proposta dell’UE di introdurre una tassa sulle emissioni di gas a effetto serra prodotte dai voli internazionali. L’IATA afferma inoltre che l’aviazione civile non sia minacciata dagli accordi sul clima adottati a Parigi, quindi sorge spontaneo chiedersi a che serve la COP21? Membro di questa lobby, Air France viene criticato in particolare per la difesa di soluzioni non vincolanti, come le compensazioni di carbonio e i meccanismi di risarcimento. L’azienda è oggetto di critica anche per gli impatti sociali e ambientali di un progetto di riforestazione in Madagascar. Questo tipo di progetto, in realtà distruttivo, dovrebbe compensare le emissioni di gas a effetto serra, ma in realtà lo scopo principale è quello di legittimare le pratiche tutt’altro che ecologiche dell’azienda.

Ikea taglia sempre del legno

L’azienda ha lanciato nel 2013 un programma, il ‘People & Planet Positive‘ che permetterebbe di sostenere la COP21. Al momento si vanta dei suoi dati: 76 per cento del suo cotone proviene dalle ‘fonti più sostenibili’ del mondo, 700.000 pannelli solari sono stati installati sui tetti che detiene, ha installato 224 pale eoliche e sarebbe aumentata del 75 per cento la produzione di lampadine eco-energetiche a LED. «Ma noi non abbiamo finito. Stiamo appena cominciando a scaldarci…» Un cambimento così radicale! Prova però a nascondere che solo il 41 per cento del legno, materia prima dei prodotti del gruppo, proverrebbe da fonti ‘sostenibili’. Quindi il 59% proviene da fonti non sostenibili, vero?

Bonus: Il gruppo Bollorè

Si presenta come partner ufficiale del vertice sul clima. Ma in altre parti del mondo, sta investendo in attività che aggravano il riscaldamento globale ed è sospettato di essere causa di violazioni dei diritti umani. Pertanto, la società Socfin, di cui Bollore è il maggiore azionista, sta sviluppando piantagioni di palma da olio e alberi della gomma in diversi paesi, tra cui Cambogia, Costa d’Avorio, Sierra Leone e Liberia. I problemi si presentano anche in Camerun, dove le comunità locali si lamentano dei problemi riguardanti l’occupazione del suolo, l’inquinamento dei fiumi e le condizioni di lavoro nelle piantagioni.

Secondo le indagini di ReACT (Réseau pour l’Action Collective Transnationale) 6000 contadini hanno visto le loro foreste distrutte e 40.000 ettari di terreno sono stati assegnati alla Socapalm, la più grande azienda produttrice di olio di palma grezza in Camerun. Dall’inizio di questa manovra, migliaia di ettari di foresta sono stati abbattuti e gradualmente sostituiti da monocolture di palme da cui ricavare olio, riducendo le colture alimentari dalle quali dipendono le comunità.

Se alcuni argomenti sono discutibili, è chiaro che le grandi aziende hanno la loro parte di responsabilità riguardante le emissioni inquinanti e, infine, il cambiamento climatico. La COP21 dà loro un’opportunità rara perchè le loro azioni siano coerenti con le loro parole. Sorge pertanto opportuno chiedersi se le vere intenzioni del governo francese con la COP21 siano quelle di dedicarsi ad una reale lotta contro i disturbi climatici o promuovere i grandi dell’economia francese a qualsiasi prezzo, nonostante le loro manovre di mercato che evidentemente non vanno di pari passo con la lotta al cambiamento climatico, la tutela dell’ambiente e i diritti delle popolazioni locali?

Fonte: L’Indro, 04/12/2015

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