Alla Fiera di Francoforte la signora Merkel fa innervosire la Cina

“Una Fiera del Libro non è un’assemblea delle Nazioni Unite”. Il direttore della Fiera del Libro di Francoforte, Jürgen Boos, cerca di allontanare le polemiche dopo aver scelto la Cina come ospite d’onore dell’evento. “Potete essere meravigliati dalla Cina, averne paura o criticarla, ma non potete ignorarla”. Il neo direttore ha sottolineato che la metà degli eventi in cartellone sono indipendenti dal regime comunista. La Fiera non ha obiettivi politici. Vuole mostrare al mondo “un centinaio di Cine diverse”, dando spazio a critici e dissidenti.

Ma le polemiche hanno preceduto l’inaugurazione della Buchmesse. La tensione ha accompagnato i preparativi del mese scorso. Il 12 settembre, durante una conferenza intitolata “La Cina e il mondo”, hanno preso la parola due intellettuali cinesi, Dai Qing e Bei Ling; subito le autorità di Pechino hanno gridato alla “inaccettabile mancanza di rispetto” lasciando la sala. Si trattava di scrittori sgraditi al regime: Bei Ling è un poeta esiliato negli Usa dopo aver subito un arresto nel 2000 per una pubblicazione illegale; Dai Qing, giornalista e ambientalista, è stata arrestata per aver scritto un libro in cui scoperchiava verità scomode sulle diga delle Tre gole.

Le contestazioni non hanno risparmiato neppure la cerimonia inaugurale. La cancelliera Angela Merkel si è sentita in dovere di ricordare il valore della libertà di espressione: “Negli ultimi anni il peso economico e politico della Cina è cresciuto in modo considerevole e sono così aumentate anche  le sue responsabilità dal punto di vista della libertà politica, economica e di espressione”.  Dopo aver ricordato gli anni della sua gioventù nella DDR, quando aspettava l’arrivo dei libri portati dai visitatori di Berlino Ovest, la Merkel ha aggiunto: “i libri fanno la differenza, una differenza che minaccia le dittature e fa bene alle democrazie”.

Il vicepresidente cinese Xi Pinjiing, da molti indicato come il prossimo candidato alla presidenza della Repubblica popolare, ha preferito glissare, evocando Goethe e ribadendo la volontà del suo Paese di “promuovere l’armonia mondiale e la pace,” una formula che i leader cinesi usano spesso quando si parla di democrazia e libertà civili. E se la Merkel ha definito la lettura “un bisogno essenziale dell’uomo”, il rappresentante di Pechino ha obiettato che “i bisogni essenziali della Cina sono altri”, ricordando che il suo governo attualmente sfama un miliardo e trecentomila persone.

Il discorso della Merkel non è piaciuto alle autorità cinesi. Il portavoce Haiyun ha detto seccato “Non pensavamo di essere trattati così,” criticando i media tedeschi ed occidentali che avrebbero posto l’accento più sulla questione dei diritti umani che sul programma culturale cinese. Della stessa opinione gli editori cinesi, soddisfatti dalle buone vendite, ma scontenti per l’accoglienza tedesca. Il vice-presidente della corporazione degli editori (tutti rigorosamente sotto il controllo governativo) ha denunciato: “Non siamo stati trattati con ospitalità. Se la Germania o la Merkel fossero stati invitati in Cina, non ci saremmo mai permessi di rivolgerci a loro in quel modo”.

La Fiera non ha deluso solo la delegazione ufficiale. Secondo Bei Ling “è stata un fallimento” perché c’è stata una divisione troppo netta tra gli avvenimenti ufficiali, a cui partecipavano gli scrittori fedeli al Partito, e le tavole rotonde aperte esclusivamente i dissidenti. Il direttore della Fiera aveva promesso a questi ultimi di invitarli a un dibattito pubblico con la delegazione cinese, ma alla fine non se n’è fatto niente. Deludente è stata anche la conferenza del PEN (una Ong che lotta per la libera circolazione delle idee, in difesa degli scrittori), organizzata insieme al Ministero degli affari esteri tedesco, sul tema “Libertà di espressione-Libertà di parola”.  Doveva essere l’evento saliente della Fiera, con scrittori filogovernativi e dissidenti. Alla fine, vi hanno partecipato solo i dissidenti, come Abdulrusul ÖzHun, uno scrittore uiguro di lingua turca che vive in esilio in Svezia, lo stesso Bei Ling, e Zhou Qing, che risiede ancora a Pechino e per fortuna non è stata ancora arrestata.

Tanti gli assenti illustri: poeti, scrittori e giornalisti dissidenti che non hanno potuto partecipare perché imprigionati o perché gli è stato impedito di lasciare il Paese. Come il più noto scrittore uiguro, Nurmuhemmet Yasin, in carcere dal 2004. Yasin ha pubblicato un racconto intitolato “Il piccione selvaggio”, in cui narra di un piccione messo in gabbia dagli umani, che sceglie di uccidersi piuttosto che sacrificare la sua libertà. Le autorità hanno associato la storia alla vita del padre del suo autore, suicidatosi in condizioni simili. Il libro è stato interpretato come una critica al governo cinese, accusato di opprimere la minoranza uigura, e lo hanno tolto dalla circolazione.

Articolo apparso su l’Occidentale, 17 ottobre 2009

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