Ai Weiwei e Sacharov: due storie, una lotta

A prima vista sembra strano, se non addirittura paradossale, paragonare Ai Weiwei ad Andrej Sacharov. Quando fu relegato in isolamento a Nizhnij Novgorod (Gorkij), lo scienziato russo era non soltanto il padre della bomba a idrogeno sovietica conosciuto in tutto il mondo, ma anche e soprattutto un irriducibile dissidente che contestava radicalmente la dittatura comunista nel suo insieme. Nella Cina dei giorni nostri, il ruolo del «Sacharov cinese» sembrerebbe spettare piuttosto al premio Nobel Liu Xiaobo, che sconta una condanna a undici anni di carcere per «istigazione alla sovversione dei poteri dello Stato». Altri tempi, nuovi eretici. Ai Weiwei appartiene alla generazione degli emeriti guastafeste della blogosfera e delle cosiddette rivoluzioni del Gelsomino. Come artista, Weiwei gode di grande fama in tutto il mondo (è noto come l’ideatore del «Nido d’uccello», lo stadio olimpico di Pechino). Decisamente moderno, Ai Weiwei è un maestro dei colpi di scena, un provocatore incontrollabile e comunicativo, una persona che ama la vita in tutte le sue forme. Si è impegnato a denunciare vari scandali, caso per caso e colpo per colpo, difendendo le vittime delle tragedie e citandole per nome, piuttosto che invocando un rovesciamento dell’intero sistema. Nel maggio del 2008, dopo il terremoto che ha colpito la provincia del Sichuan facendo più di 80 mila morti, Ai Weiwei ha creato un gruppo di decine di volontari per stilare una lista dei bambini morti schiacciati dalle loro scuole. Una novità assoluta in Cina: fino ad allora, le vittime erano sempre rimaste anonime, il governo ignorava con impudenza le sofferenze dei cittadini e preferiva non rivelare i loro nomi, passando un colpo di spugna sulle vere cause degli incidenti e sulla responsabilità delle autorità locali. Così, nell’agosto del 2009, quando Tan Zuoren, che aveva fotografato gli edifici distrutti per dimostrare la negligenza e la corruzione dei responsabili della loro costruzione, è stato condannato per «turbamento dell’ordine pubblico», Ai Weiwei si è recato a Chengdu per assistere al suo processo. La sera precedente, alcuni poliziotti hanno fatto irruzione nella camera d’albergo dell’artista, colpendolo con violenza alla testa e trattenendo tutti i membri del suo gruppo fino al termine dell’udienza. Due settimane dopo, mentre si trovava a Monaco di Baviera per una mostra, Ai Weiwei è stato ricoverato per una emorragia cerebrale. Se è ancora vivo, dice, il merito è tutto dell’efficienza degli ospedali tedeschi.Dal 2009 a oggi, Ai Weiwei ha instancabilmente denunciato l’arresto di numerosi blogger, scrittori e avvocati impegnati nella difesa dei diritti civili. Ha cercato di prestare aiuto ai genitori dei bambini avvelenati dal latte alla melamina, e sostiene i poveri cacciati dalle loro case per fare posto a centri ricreativi, campi da golf o grattacieli di sessanta piani… Grazie ad un uso avveduto di Twitter, Ai Weiwei è riuscito a superare le barriere della censura promuovendo grandi «banchetti» spontanei nelle città di provincia con centinaia di partecipanti. È così che si è fatto conoscere dal grande pubblico cinese, che lo ha soprannominato, giocando sull’omofonia dei caratteri, «Ai Weilai» («Amare il futuro»). Tutta questa popolarità, legata alle nobili cause difese da Ai Weiwei, non può essere ulteriormente tollerata dal governo comunista, ora che il profumo del Gelsomino comincia a dare alla testa anche ai cinesi. L’aura del padre di Ai Weiwei, Ai Qing, il più celebre poeta degli anni Cinquanta, non è più una garanzia di immunità dalla rabbia dei leader cinesi. Come suo figlio, Ai Qing, condannato da Mao a vent’anni di lavori forzati e poi riabilitato alla fine degli anni Settanta, era famoso per la sua schiettezza e la sua originalità. Senza questi illustri natali, Ai Weiwei non avrebbe mai beneficiato di tanta tolleranza da parte delle autorità per tutto questo tempo. Il 3 aprile 2011 queste ultime hanno cambiato registro.Ai tempi di Sacharov, la società russa – ridotta in miseria, esanime e afflitta – viveva nel ricordo delle terribili ecatombi della Seconda guerra mondiale e del gulag. L’attuale società civile cinese, invece, si è risvegliata in un’economia in pieno sviluppo e pervasa dalla corruzione. Di qui il pericolo posto da un elemento come Ai Weiwei per l’Ufficio politico del Partito comunista cinese (Pcc). Il brutale avvertimento inflitto alla testa calda non è il primo né l’ultimo del genere. Chi non gode della stessa fama di Ai Weiwei viene fatto sparire su ordine delle autorità, svanendo nel nulla o tornando con i segni di orribili torture. Una delle tante vittime di questo sistema è Ni Yulan, un’avvocatessa impegnata sul fronte dei diritti civili: durante il periodo trascorso in carcere le hanno fracassato i piedi e le ginocchia. Yulan ha perso l’uso delle gambe, ma è stata di nuovo arrestata per «interferenza nell’attività della pubblica amministrazione». Coloro che riescono a rifugiarsi oltreconfine ricevono minacce destinate ai loro congiunti, e in particolare ai figli, che possono diventare ostaggi, bersagli da colpire o vittime: nel Paese del figlio unico il ricatto è permanente. Ad Ai Weiwei viene ricordato in continuazione che ha un figlio di due anni, e la stampa ufficiale pubblica la sua foto. A buon intenditor… Ai Weiwei si è piegato? È diventato docile, come affermano gli organi di informazione ufficiali di Pechino? Sembrerebbe di no. Il 9 agosto ha lanciato su Twitter un appello a favore di due detenuti: «Se non prendete la parola… non solo siete incapaci di difendere qualsiasi idea di giustizia e di uguaglianza, ma non avete alcun rispetto per voi stessi». Tra dissidenza e dittatura, il gioco del gatto e del topo dà adito a molteplici ribaltamenti di scena. Nel breve periodo, la polizia, un gatto con artigli da tigre, approfitta senza scrupoli della sua onnipotenza. Ciò non toglie, tuttavia, che in circostanze favorevoli i topi più astuti possano tentare di capovolgere la situazione, come nel caso dell’Europa dell’Est, della Georgia, della Tunisia e dell’Egitto. Sacharov, Liu Xiaobo, Ai Weiwei sono uniti dalla stessa lotta.

André Glucksmann e Marie Holzman

Fonte: Corriere della Sera.it, 19 agosto 2011

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