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Africa no Cina

Molte sono state le riflessioni sul parallelismo fra “primavera araba” e possibili rivolte in Cina da essa ispirate. In questi ultimi venti giorni i miei occhi sono stati catturati da un susseguirsi di opinioni riguardo il ricondurre alcuni movimenti di protesta popolar democratici cinesi stimolati ed incoraggiati dal “risveglio” del nord Africa. In molti hanno parlato di una “Rivoluzione dei Gelsomini” cinese. Non si può certamente negare che qualcosa si sia mosso e nemmeno che sia stato immediatamente e facilmente arginato dall’alto, ancor prima che quel qualcosa avesse preso vita. Non parlerei di rivoluzione e nemmeno di piccola rivolta, ma piuttosto di un grido silenzioso, debole e privo di esperienza. Quasi come se fosse stato lanciato un microfono parlante in un mare di acqua e che proprio quell’acqua avesse immediatamente reso di dubbia forza quella contenuta e neonata voce popolare. Vorrei fare una precisazione prima di continuare a scrivere la mia riflessione . Non è mia intenzione e nemmeno mia volontà additare il popolo cinese per non essere riuscito a far valere le proprie idee, non voglio nemmeno giudicare il non esser riuscita ad dar vita ad un movimento che possa essere stato un “secondo nord Africa cinese”. Ma anzi, sostengo il popolo cinese e sono anche convinta che sia prematuro poter pensare che proprio quella società e quelle persone possano avere oggi una forza solidale di comuni idee politiche e sociali, abbastanza efficaci da alimentare una richiesta di cambiamento dal basso.
Il 20 febbraio si è alzata l’onda di protesta via web. Alcuni attivisti per i diritti umani hanno lanciato un invito attraverso le moderne vie di comunicazione. La proposta al popolo è stata una sorta di calendario con più appuntamenti: ogni domenica, in molte capitali della Cina, alle ore 14 tutti in  “piazza” per chiedere pacificamente maggior libertà e una maggior tutela dei diritti umani -che in Cina può anche essere la semplice richiesta della possibilità di avere più di un figlio-. Al di là dell’immediata censura attuata dal Partito Comunista all’appello fatto e ad ogni link che potesse contenere parole come “gelsomini”, “rivolte” o “medio oriente”, un altro motivo -se non il principale- del non “scendere in piazza” è stato il non volerlo fare da parte di molti cinesi. Il 20 febbraio scorso, prima domenica della “Rivoluzione dei Gelsomini” in Cina, nel centro affollato delle grandi metropoli non si capiva chi era la famiglia impegnata a fare shopping, chi la coppia in cerca di un ristoro caldo, chi il poliziotto in borghese mandato appositamente per capire e distinguere chi fosse proprio quella famiglia in cerca di un paio di scarpe nuove, la coppia in cerca di un gelato o il giovane che potesse sembrare un attivista possibile sovvertitore del governo cinese. Nell’aria c’era indubbiamente un’insicurezza generale, alimentata più che altri dal numero di agenti di polizia che controllavano la stabilità della giornata e avvertita dai pochi e quasi irriconoscibili “rivoluzionari”. Ci sono state anche delle aggressioni: a Pechino sono stati picchiati dei ragazzi solo per aver reso visibili alcuni gelsomini. Ecco perché poc’anzi ho descritto queste piccole sfumature rivoluzionarie come delle voci neonate. Perché lo sono state e i fatti ce lo dicono chiaramente.
Al di là della Grande Muraglia la situazione politica e sociale è molto, molto più complessa di quanto si possa pensare. Molte volte si pensa di sapere, spesso si cade nell’errore di leggere con delle lenti sbagliate situazioni e simboli che in realtà sono molto più complessi e a volte incomprensibili. Non ci sarà una destabilizzazione sociale e politica nel breve tempo in Cina, e semmai ci dovesse essere, non sarà di certo dettata ed ispirata dalla situazione che oggi sta vivendo il Nord Africa in particolare e il Medio Oriente in generale. Ci sono già delle rivolte popolari in Cina, ma per altri motivi e non certamente animati dall’eco rivoluzionario arabo. I dati riportano un numero che si aggira sulle 80 mila proteste di massa ogni anno. Proteste che prendono piede più che altro su territorio locale. Poco importa adesso il motivo delle stesse, è fondamentale invece dire che non si propagano più in là del confine della provincia, della prefettura, della città o della piccola campagna che sia. Questo perché in Cina c’è una struttura del governo a piramide e le forze di potere hanno una grande autonomia a livello locale. Il controllo dall’alto è spesso assente e questo è motivo di corruzione, violenza, non rispetto delle libertà fondamentali in realtà dove gli occhi indiscreti del Partito non arrivano a vedere -o non vogliono vedere-.
Indubbiamente ci sono delle conseguenze e degli effetti a cui la Cina deve e dovrà far fronte a causa del periodo storico che le sponde sud del Mediterraneo stanno attraversando. Ma questo è di facile intuizione essendo la Cina la regina nell’era di nuovi e diversi equilibri geopolitici e geoeconomici mondiali che stiamo vivendo.
Quello che più teme il gigante asiatico è l’aumento del prezzo delle materie prime e le difficili condizioni di molte aziende statali delocalizzate a nord del continente nero. Nel 2010 gli scambi commerciali fra Libia e Cina hanno mosso più di 6 miliardi di dollari, per il paese di Gheddafi la Cina è da 2 anni il primo partner commerciale. Per rendere più tangibile gli interessi cinesi in Libia basta pensare ai numeri di immigrati che dall’oriente si sono trovati nel paese libico in questo periodo di turbolenze. Fino a pochi giorni fa c’erano 32.000 cinesi fra lavoratori ed imprenditori. Sapendo inoltre che la maggior parte delle aziende sono di proprietà statale -come negli altri stati africani-, le perdite economiche di Pechino sono motivo di grande imbarazzo per il governo.
La questione principale è che l’eco dei disordini Magrebini oltre a recare disagio economico a Pechino e ai suoi più grandi imprenditori, alimenta anche uno degli imminenti incubi di tale governo, ovvero sia l’inflazione. Nei mesi scorsi la governance cinese è riuscita a tenere le redini di una degenerazione dei prezzi, ma a gennaio di quest’anno l’inflazione è risalita al 4,9%.  Per un paese affamato di energia come è la Cina, l’aumento delle materie prime, la conseguente diminuzione della crescita economica -mondiale e locale- e un aumento del costo di produzione che preannuncia una diminuzione delle esportazioni, mettono a rischio la stabilità economica e sociale della patria esportatrice per eccellenza. Alcuni hanno parlato di possibile “stagflazione” scatenata da una serie di conseguenze geopolitiche e geoeconomiche. Non mi soffermo ulteriormente ad approfondire il discorso economico in profondità per non perdere di vista il soggetto di questo lavoro. Vero è che le conseguenze dell’attuale momento storico possono essere un’ importante lezione per l’ego economico nazionale della potenza orientale che spesso tende a dare poco rilievo ai rischi politici mondiali. A tal proposito è d’obbligo aprire una breve parentesi sul voto all’unanimità dell’Onu circa le sanzioni date lo scorso 26 febbraio al dittatore libico. Anche la Cina ha appoggiato questa scelta, allontanandosi per un istante dal suo slogan politico di non interferenza. Alcuni hanno sostenuto che improvvisamente Pechino ha abbandonato la dottrina madre di tutte le sue azioni politiche ed economiche internazionali. Dopo aver studiato per anni i movimenti della leadership cinese all’interno del paniere internazionale, mi vien da pensare che è stata obbligata a dire quel “si”. Costretta dal proteggere i suoi rilevanti interessi economici disseminati in tutti e cinque i continenti, la Cina non poteva scatenare sentimenti di astio in una tavola rotonda come quella dei cinque grandi del mondo. Ha dovuto esporsi in questioni militari e politiche anche se non direttamente collegate a sue azioni. Temo che non sia una svolta di comportamento della governance cinese, ma solo un “si” obbligato aspettando di poter ritornare ad usare il cavallo di battaglia in questioni estere.
Ritornando al soggetto di questo lavoro, riflettendo sul parallelismo delle società nord africane con quella cinese, ritengo sia di fondamentale importanza evidenziare alcune differenze che spiegano “il fallimento” della prova di protesa messa in atto in Cina nei giorni scorsi. Prima di tutto i diversi caratteri che descrivono i tempi storici in cui i due popoli vivono. In Egitto così come negli altri paesi arabi il sentimento di un movimento per un cambiamento è in corso da anni. E’ da molto tempo che in quei paesi è in atto un allenamento sociale aspettando di giocare una partita importante. Singoli momenti hanno dato il fischio di inizio match e a effetto domino il pallone è passato da campo in campo, invadendo altre squadre -non necessariamente avversarie- ma composte da giocatori ugualmente allenati e di simile esperienza. Da questo possiamo scorgere un’altra differenza: la motivazione. I giocatori del nord Africa hanno mosso la loro rivoluzione da sentimenti ben radicati all’interno della società. Magari non uguali trasversalmente, forse di diversa profondità, ma di sicuro con delle radici salde e ben diramante all’interno del popolo e della società. In Cina invece le agitazioni sono state mosse dalle notizie arrivate da quel laboratorio arabo dove si sta giocando la partita e dove i protagonisti hanno compreso che il loro malcontento deriva proprio dal governo, da chi li guida e li comanda. In Cina invece questo sentimento, a mio avviso indispensabile perché una qualsiasi rivoluzione sia efficace al cambiamento, non c’è ancora.
Il sentimento del popolo cinese non ha ancora maturato che gran parte del loro malcontento deriva proprio dal Partito Comunista. Questo non è chiaro nella patria del tè e della seta, e non deve essere dato per scontato da parte di chi osserva quella società. Invece che bere tè e meditare sulle errate scelte politiche è molto più probabile che si brinda con della birra per render grazie al Partito Comunista che ha portato la Cina ad essere chi è oggi, la potenza economica mondiale. Non bisogna però pensare che l’averci provato sia stato solo il fallimento di una mera illusione di alcuni gruppi di giovani cinesi. Le abilità del Partito Comunista cinese e la non organizzazione dei “giovani gelsomini” hanno reso le proteste quelle che sono effettivamente state, ma comunque hanno segnato delle pagine di giornale, si sono fatte sentire, hanno fatto riflettere il governo così come una parte del popolo -anche se piccola- e hanno scatenato discussioni oltre i confini nazionali. Forse è stata una delle tante candele che il popolo cinese ha dovuto accendere per riuscire a far luce su problemi enormi, ancora sconosciuti agli occhi di molti. Oggi, la maggior parte dei cittadini dell’impero di mezzo non crede che il loro disagio provenga da una democrazia assente o da molte libertà violate. Concetti come “diritti umani” o “democrazia” sono ancora per molti sconosciuti e per altri delle piccole bombe rivestite di caramelle colorate lanciate da un mondo distante e troppo diverso. Oggi, i problemi a cui il popolo cinese deve far pronte è l’imminente bolla immobiliare, l’inflazione, gli stipendi erosi da quest’ultima, il crescente divario che c’è fra ricchi e poveri. Questo è il sentimento del malcontento generale e questo potrebbe forse essere uno di quei sentimenti a cui il popolo cinese potrebbe rispondere con una rivoluzione, perché è radicato nella consapevolezza della massa sociale. Manca però un altro elemento, qualora questa motivazione potrebbe forse fischiare l’inizio di una partita tutta cinese, manca la consapevolezza che i problemi per cui si va a lottare sono, in ultima istanza, causa del Partito Comunista cinese.
Concludo sottolineando che il timore di un’ipotetica sindrome araba in Cina ha molto spesso dei caratteri di una visione prettamente occidentale. Bisogna stare attenti a non leggere la società del grande impero con degli schemi mentali “nostri”. Bisogna cercare di leggere i significati di molte azioni anche da altre prospettive e non solamente da quelle eurocentriche. Sostengo ciò allontanandomi dal discorso molto delicato -a me molto caro- dei diritti umani, per riferirmi in questa occasione alla specifica tematica “Rivoluzione dei Gelsomini” e ad altre letture politiche e sociali spesso sbagliate e risultato di un frettoloso “copia incolla” di episodi successi “lì” al nostro modo di osservare, comprendere e affermare.

Francesca Bottari