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Addio sogno australiano. La dipendenza dalla Cina soffoca gli «aussie»

Quando la Cina starnutisce, l’Australia si prende una polmonite. Non c’è nulla di più vero. Nonostante resti tra i pochi Paesi dell’esclusivo club della tripla A, quelli che conservano il massimo rating da parte delle tre principali agenzie internazionali, il Paese dei Canguri ha davanti a sé un futuro non facile. Un futuro, come ha detto pochi giorni fa il governatore della Banca centrale australiana Glenn Stevens, tutto da ripensare.


Due fattori pesano sulle prospettive economiche della “Lucky Country”, abituata a ritmi di crescita del Pil del 3-3,5%. Si tratta di un doppio gancio da knock-out: da una parte il crollo verticale dei prezzi delle materie prime, dall’altra la frenata della Cina, con cui Canberra ha un rapporto di dipendenza economica sempre più forte. A questi si stanno aggiungendo il rallentamento dell’immigrazione e l’invecchiamento della popolazione. Ma partiamo dalla Cina.
Il Paese dei canguri ha con Pechino un legame di dipendenza sempre più stretto. Ben il 34% delle esportazioni australiane sono dirette in Cina, una quota che al mondo è seconda solo a Taiwan. In pratica, l’anno scorso il 5,6% dell’economia australiana dipendeva dalla Cina, contro l’1,2% di un decennio fa. La frenata della economia (in particolare della domanda) di Pechino rischia quindi di avere serie ripercussioni sul modello economico australiano, basato sull’esportazione di materie prime.
E il deprezzamento del dollaro australiano voluto da Canberra (è ai minimi da sei anni contro il dollaro statunitense) non sta dando all’economia lo slancio che ci si attendeva, aprendo così la porta a nuovi deprezzamenti. Per non parlare dell’altro dramma: quello delle materie prime.
Tempo fa l’Australia è stata definita “The lucky country”, il Paese fortunato, per mille motivi ma soprattutto perché piena zeppa di materie prime. Minerali ferrosi, carbone, oro. Ora però il crollo dei prezzi delle commodities sta mettendo a sua volta in pericolo il modello di business australiano. Il minerale di ferro oggi viene scambiato a circa 50 dollari la tonnellata, contro i 180 dollari del 2011: stiamo parlando quindi di un crollo dei prezzi superiore al 70%. Il carbone viaggia sui 60 dollari la tonnellata, poco più di un terzo rispetto ai 150 dollari di quattro anni fa.
Questo spiega perché la bilancia commerciale australiana sia sempre più in sofferenza, con un deficit balzato nell’aprile scorso a 4,14 miliardi di dollari Usa. E le brutte notizie arrivano anche da un altro tradizionale motore della crescita australiana: l’immigrazione.


Fonte: Sole24Ore [1].it