Acciaio, la speranza viene dalla Cina

di Massimo Minella

Se tre indizi fanno una prova, allora è davvero prematuro ipotizzare che la grande crisi che ha travolto i mercati cominci a sfumare. Anche perché l´indizio, per ora, è solo uno: l´aumento dei noli marittimi per il trasporto di minerale di ferro. Quello che sta succedendo da qualche settimana in mezzo al mare, mercato globale ancor prima che si abusasse di questo aggettivo, in effetti rappresenta un´inversione di rotta. I noli marittimi, cioè l´affitto delle navi che trasportano materiale da una parte all´altra del mondo, sono aumentati nelle due ultime settimane alla voce “carichi secchi”, in questo caso il minerale di ferro. Il motivo? La Cina ha ripreso a ordinare in grandi quantità il minerale che serve ad alimentare le sue acciaierie. E´ ancora presto per parlare di ripresa, anche perché la partita dell´acciaio è molto più complessa e non si gioca ovviamente soltanto sul trasporto marittimo. Tanto più adesso che si torna a ragionare in termini di protezionismo o comunque di maggiori tutele ai prodotti nazionali, a cominciare dal “Buy America” appena lanciato dall´amministrazione Obama. Tradotto sul fronte dell´acciaio, significa ridurre drasticamente le importazioni di prodotti e favorire le imprese Usa nel soddisfare la domanda nazionale. Ciò non toglie che il mercato si stia comunque rimodellando, proprio per le rinnovate richieste che arrivano dall´Asia. Paradigma di questo è appunto il trasporto marittimo. Così, per il nolo di una “Capesize” (grande nave superiore alle 150 mila tonnellate di portata) che nei momenti d´oro era arrivata a superare i 200 mila dollari al giorno, oggi si risente parlare di cifre attorno ai 30 mila dollari. «E se vi sembra poco, considerate che si era scesi fino a 3 mila», commenta Antonio Gozzi, amministratore delegato della Duferco, uno dei colossi europei della produzione e della commercializzazione d´acciaio, con stabilimenti in tutta Europa.
«Qualche segnale positivo arriva – continua il manager genovese – Certo, da qui a dire che la crisi sia finita ce ne vuole. Diciamo pure che l´impressione è che per tutto il 2009 ci sarà da soffrire, ma i segnali che arrivano dall´altra parte del mondo, dall´Asia, inducono a qualche cauta apertura, tenuto soprattutto conto del fatto che la Cina assorbe oggi il 65-70 per cento del minerale di ferro che si sposta via mare».
I broker che quotidianamente controllano l´andamento del mercato dei noli tengono d´occhio soprattutto il business dei carichi secchi, riprendendo ad aggiornare grafici che, per la loro discesa verso il basso, sembravano destinati a uscire addirittura dalle pagine, così come avviene nei fumetti. La risalita, invece, è cominciata dopo la metà di gennaio e non si è ancora arrestata. Oggi il nolo giornaliero, dopo essere sceso a poche migliaia di dollari, naviga dai 10 mila fino ai 30 mila. E l´impressione è che possa salire ancora, senza comunque avvicinarsi nemmeno lontanamente a quelle cifre senza freni degli anni passati. Proprio perché tanto in alto era arrivato il nolo, infatti, si è scesi così in basso con l´esplosione della crisi, spiegano gli analisti. «Quei noli erano figli della paura – aggiunge Gozzi – di quella carta straccia che aveva gettato nel panico mercati e risparmiatori. Ora le cose si stanno un po´ più assestando».
Ovviamente non basta questo per cambiare la situazione. L´anno che il mercato dell´acciaio si appresta a vivere si presenta drammatico.
Secondo dati della World Steel Association, la produzione mondiale è risultata in calo del 30% a dicembre 2008 rispetto allo stesso mese del 2007, quella europea ha perso il 20, mentre ad aumentare è stata solo la Cina (più 10%), grazie anche a un pacchetto di incentivi annunciati dal governo prima della fine dell´anno. Le cose vanno decisamente peggio in Europa. L´inglese Corus, erede della gloriosa British Steel, oggi nell´orbita del gruppo indiano Tata, ha annunciato 3.500 esuberi. E il colosso lussemburghese Arcelor-Mittal ne ha annunciati novemila. Soffre come non mai il Giappone, che dovrebbe ridurre di 10 milioni la sua produzione nel 2009, e soffrono anche i produttori russi, che negli anni passati si sono dedicati intensamente a una robusta campagna acquisti, e che ora chiedono aiuto allo Stato. Cosa impensabile, questa, in Italia e in Europa occidentale, che già da tempo ha chiuso il capitolo degli aiuti pubblici.
«Ci sono prodotti che ormai mostrano tutta la loro obsolescenza, come la latta, ma la flessione è generale ed è collegata alla contrazione fortissima di settori chiave per l´acciaio, come l´auto, la cantieristica, gli elettrodomestici», aggiunge Gozzi.
A Genova il gruppo Riva ha annunciato e già in parte realizzato un investimento di 700 milioni di euro per rinnovare il suo storico impianto di Cornigliano. Chiuso l´altoforno dopo una decennale trattativa con gli enti locali, Riva si è concentrato a Genova sulla laminazione e ha appena completato una nuova linea di zincatura, la quarta. Ma la crisi ha di fatto fermato la nuova produzione e proprio oggi, a palazzo Chigi, si tornerà a parlare del futuro dello stabilimento che dà lavoro a oltre 2 mila addetti, la metà dei quali al momento in cassa integrazione. In discussione tornerà a esserci quell´accordo di programma che, dando il via libera alla chiusura dell´altoforno, aveva liberato nuovi spazi per l´acciaio a freddo e restituito aree al territorio. Ma tutto, ovviamente, resta legato al numero degli occupati. Se questo si riduce, l´accordo torna in discussione.
Chissà che alla fine un aiuto all´acciaio italiano ed europeo non arrivi davvero dalla Cina, che ha fame di minerale, ma anche di acciaio per le sue costruzioni e, più in generale, per il suo mercato.
«Abbiamo segnali di forte ripresa della domanda dalla Cina – spiega Davide Malacalza, amministratore delegato dell´omonimo gruppo che commercializza in esclusiva per l´Europa i prodotti siderurgici della Baosteel di Shangai, quinto produttore al mondo – E´ ancora presto per dare giudizi definitivi, ma è fuori di dubbio che le scelte del mercato cinese saranno fondamentali per capire i tempi di uscita dalla crisi».
Forse, proprio dal mare può arrivare quella spinta necessaria a lasciarsi alle spalle la devastante crisi globale deflagrata nell´ultimo trimestre del 2008. «Il mondo armatoriale è da sempre un indicatore fondamentale per capire l´andamento dell´economia globale perché ne anticipa le decisioni e ne orienta le scelte – commenta Nicola Coccia, presidente degli armatori italiani di Confitarma che proprio al tema della ripresa dei noli marittimi ha dedicato una specifica attenzione nelle ultime settimane – Ora abbiamo nelle nostre mani dei segnali concreti di ripresa. Non bastano certo a farci dire che la crisi è finita. Anzi, ci sarà da soffrire ancora parecchio, ma in una media ponderata di cento punti, quei noli che erano scesi fino a dieci ora stanno risalendo». Molto è dovuto anche al fatto che le enormi scorte di prodotto si stanno esaurendo e quindi gli operatori hanno ripreso a ordinare. Resta da capire se nel pieno delle turbolenze della crisi, la ripresa dei noli marittimi saprà reggere e consolidarsi. L´impressione degli operatori è che la rotta sia stata comunque invertita e che potrà restare tale per i prossimi mesi.

fonte: La Repubblica, 16 febbraio 2009

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