Abbattiamo il muro di Pechino

Prima che il Muro di Berlino venisse abbattuto, molti cinesi ne conoscevano la realtà. In effetti, erano più informati degli stessi russi. Il Partito comunista cinese aveva infatti lanciato una grande battaglia contro i Partiti dell’Unione Sovietica e quelli dell’Europa orientale.

Tutti i giornali cinesi non hanno mai perso l’occasione per combattare contro i Partiti dell’Unione Sovietica e quelli dell’Europa orientale ed analizzare con la lente di ingrandimento i “lati oscuri”di quei regimi. Era l’unica occasione, per la nostra opinione pubblica, di criticare il sistema comunista: parlare male del regime di Pechino significava andare in galera, ma attaccare ferocemente “il comunismo sovietico” era legittimo e addirittura incoraggiato. E quindi, persino Josip Tito o Palmiro Togliatti – leader comunisti dell’allora Jugoslavia e dell’Italia – erano ben conosciuti dalla nostra società. In ognuna di quelle conversazioni, veniva citato il Muro di Berlino.
Nella nostra unità di lavoro c’era un vecchio operaio, che non leggeva mai i quotidiani. Una volta fra noi giovani era nata una discussione sul Muro, e questo vecchio operaio disse: «Ma non è uguale allo Stretto di Taiwan?». Fermammo immediatamente la discussione: come mai non c’era mai venuta in mente questa perfetta, calzante analogia? [Lo Stretto di Taiwan separa la Cina continentale, guidata dal governo comunista, dall’ex Formosa. Qui opera un governo democratico sin dal 1949 ndT]. Immediatamente, uno di noi disse al vecchio: «Non mi meraviglia che il governo ti abbia mandato in questo campo di lavoro come “contro- rivoluzionario”. Le tue dichiarazioni parlano per te». Subito dopo, iniziammo a discutere su differenze e similitudini fra Muro e Stretto. Più andavamo avanti, più ci rendevamo conto che il paragone del vecchio operaio era stato molto accurato. Parlammo anche del 38esimo Parallelo [che divide le due Coree] e il 17esimo Parallelo [che divideva in due anche il Vietnam, fino alla fine della guerra con gli Usa].
Per colpa di diversi governi comunisti, tutte e quattro queste nazioni erano divise in due da un muro. Il sistema comunista è un sistema contrario alla natura umana. E questo fatto non è soltanto pubblicamente riconosciuto, ma anche enfatizzato ripetutamente dallo stesso Partito comunista. Prima di arrivare al potere, il sistema comunista irretisce la popolazione con le sue splendide promesse. Sotto il suo dominio, invece, ci si rende conto che è un sistema intollerabile: e qui nasce l’opposizione interna. Ma molte persone non hanno il coraggio di opporsi, e scelgono invece di scappare. In ogni nazione governata dai comunisti c’è stata o c’è ancora una lunghissima fila di persone pronte a scappare. Il Muro di Berlino serviva proprio a impedire che la forza lavoro dell’Est – fondamentale per il comunismo – fuggisse verso il mondo libero. Ricordo una popolare novella russa che ho letto durante le mie scuole medie: parlava di come le guardie di frontiera cercavano di fermare le persone che volevano attraversare il confine fra due nazioni attraverso un fiume. Una era l’Unione Sovietica e l’altra un suo Paese satellite. Dopo aver guardato la mappa, non riuscivo a capire perché una persona volesse scappare da una nazione comunista a un’altra, anche questa sotto l’egida sovietica. Soltanto una volta cresciuto ho capito che anche quel minimo di libertà dei Paesi dell’Europa orientale era, per i cittadini sovietici, un sogno molto attraente. Soltanto quelle persone che hanno perso la propria libertà possono comprendere quanto questa sia attraente. La più grande differenza fra il Muro e lo Stretto è che uno è crollato e l’altro ancora no; inoltre, non bastano pochi minuti di rischio per oltrepassare il secondo.
Gli oltre cento chilometri di differenza rappresentano un limite fisico troppo grande: eppure, non riesce a impedire alla popolazione di pensare a un modo con cui scappare. Sono molto pochi coloro che riescono a fuggire in aereo, ma lo stesso il governo cinese controlla con attenzione persino il carburante caricato per i voli interni: l’intenzione è quella di impedire ai piloti di raggiungere “nazioni ostili”. Tutta questa energia serve a impedire alle persone di sentire l’attrazione della libertà. Anche così, il Partito comunista cinese non riesce a impedire alle persone di scappare dal proprio dominio dittatoriale. Il fiume che segna il confine con Hong Kong [retta da una mini Costituzione di stampo britannico che garantisce i diritti civili e politici ndT] è divenuto un posto sacro per tutti quei giovani che rischiano la vita tentando di attraversarlo. Nei primi tentativi, le persone usavano i pneumatici usati come salvagente: il sistema funzionava alla perfezione. Per fermarli, il governo ha intimato ai propri soldati di confine di sparare proprio alle ruote.
Come secondo tentativo, sono arrivati i sacchi pieni di palline da ping pong. Con questi sacchi, i fuggiaschi tentavano di resistere alla forza della corrente fino a raggiungere la sponda giusta del fiume, quella che all’epoca era sotto il dominio britannico. Nonostante fosse dominata da Londra, e i cinesi lo hanno sempre ritenuto un’offesa, Hong Kong era un’alternativa estremamente desiderabile per coloro che vivevano costretti nel regime del Partito comunista di Pechino. Anche l’utilizzo dei sacchi pieni di palline funzionava, tanto che aumentò il numero di soldati di stanza lì. Allora, la gente decise di passare via mare: preferivano essere cibo per gli squali piuttosto che rimanere in Cina. Sì, avete capito bene: sono più attraenti i lunghi denti di uno squalo, piuttosto che la prospettiva di vivere senza libertà. In questo modo si dà ragione all’antico proverbio cinese che dice: «Meglio le tigri della tirannia». L’uomo cerca la propria libertà, è insito nella sua natura. Quando arrivò in Cina la notizia della caduta del Muro di Berlino, noi cinesi eravamo scoraggiati: era appena fallito uno sforzo collettivo teso a raggiungere la libertà [il riferimento è ai moti di piazza Tiananmen, repressi nel sangue il 4 giugno 1989 ndT]. Noi studenti cinesi e i nostri concittadini abbiamo tentato una mossa più azzardata di quella dei berlinesi: abbiamo usato il nostro corpo e il nostro sangue per abbattere il Muro di Pechino. Ma, dopo il massacro compiuto dai carro armati dell’Esercito di liberazione popolare, abbiamo fallito. Abbiamo raccolto i corpi dei nostri compagni con gli occhi pieni di lacrime, benedicendo la libertà che invece aveva raggiunto l’Europa dell’Est. In un momento di rassegnazione totale, abbiamo visto un lampo di luce nell’oscurità: il crollo del Muro ci ha dato speranza e incoraggiamento. Possiamo far crollare un muro ancora in piedi in Cina. Perché la libertà appartiene al popolo.

Fonte: Wei Jingshengin, Dossier Tibet, 12 novembre 2009

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