A Pechino un centro dialisi fai-da-te: i malati non possono pagare l’ospedale

In Cina molti lavoratori non sono coperti da cure mediche

Migranti cinesi creano una “clinica” per dialisi “fai-da-te” a Pechino, perché non possono pagare le costose cure ospedaliere. Ora le autorità sanitarie hanno chiuso questo centro sanitario e i pazienti dicono che moriranno presto, se lo Stato non li aiuta.

china_li_lidan_dialysis in Bejing

In Cina occorre pagare le cure mediche, anche quelle necessarie come la dialisi per i malati di reni. Ma molti non hanno un’assicurazione che copra le spese, né possono pagarle. Così nel 2004 quattro malati hanno comprato insieme due macchine da dialisi usate, hanno pagato un’infermiera poco esperta e hanno allestito un rudimentale, ma funzionante centro di dialisi nel cortile di una casa nel villaggio di Baimiao, nel distretto di Tongzhou nei sobborghi di Pechino.

Non ci sono dottori né infermieri: gli stessi pazienti – migranti, contadini, pensionati, venditori ambulanti e studenti – gestiscono e usano i macchinari. Hanno tutti sottoscritto una dichiarazione con cui si assumono la piena responsabilità per le conseguenze che può avere, sterilizzano da loro gli strumenti. Ci sono stati anche 17 pazienti ad usare le macchine e dividere le spese, ora ce ne sono una decina (nella foto: un paziente fa la dialisi).

Ma il 2 aprile le autorità sanitarie hanno sequestrato i macchinari e chiuso il locale. Ai 10 malati hanno promesso che avranno dialisi gratuite, se torneranno alle città di provenienza. Ma loro non si fidano, hanno paura che se tornano al loro villaggio, nessuno manterrà la promessa. Molti vengono da villaggi lontani in Shanxi, Anhui, Liaoning, Hebei, Mongolia Interna.

Wei Qiang della Mongolia interna, uno dei 4 che hanno iniziato il tentativo, dice al quotidiano South China Morning Post che nel suo villaggio le autorità sanitarie in genere rimborsano solo il 30% di simili spese e che dovrebbe ancora “pagare 5mila yuan al mese, mentre ora pago 1.000 yuan circa, compresi cibo e alloggio”. “Lo so che è illegale – aggiunge – ma non lo facciamo per guadagnare, ma per salvarci la vita. Senza la macchina, non durerò un anno. E alcuni di noi sono così poveri che saranno morti entro un mese”.

fonte: AsiaNews, 6 aprile 2009

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