A che punto è la nuova via della seta cinese

Il progetto della Belt and road initiative, promosso dal governo di Pechino, assomiglia sempre più a un piano di globalizzazione più che di infrastrutture. Di queste ne mancano ancora molte all’appello. Mentre la Cina allarga il suo raggio di influenza.

Lunedì scorso il presidente cinese Xi Jinping ha messo sul piatto altri 60 miliardi di dollari in investimenti in Africa, tra prestiti e infrastrutture. Davanti a 50 leader africani il plenipotenziario di Pechino ha calato l’asso per assicurare alla Cina mano libera nel continente. L’Africa è uno dei tasselli della Belt and road initiative (Bri), detta anche nuova via della seta (Yī dài yī lù, 一带一路, tradotto letteralmente: una cintura, una strada). È questo il nome del un vasto piano di infrastrutture con cui la Cina vuole tagliare le distanze con Europa, Asia centrale e Africa. Strade, ferrovie, porti con cui far viaggiare merci e persone. Ma anche reti energetiche e fibra ottica, per accelerare la trasmissione del nuovo petrolio, i dati.

Tuttavia per il Centro di studi strategici e internazionali (Csis), un osservatorio statunitense che monitora il programma di Pechino, al momento la nuova via della seta è “piena di buche”. Dei sei corridoi e dei 173 progetti iscritti nel dossier Bri, per un controvalore di mille miliardi di dollari (circa sette volte il piano Marshall), pochi hanno rispettato il progetto originale. Per gli analisti la Belt and road initiative è “ambigua”, perché “non c’è una definizione ufficiale di cosa possa essere qualificato un progetto Bri”. Così, nel tempo, il marchio della nuova via della seta “è stato esteso a sfilate, mostre di arte, maratone, voli domestici, odontoiatria e altre attività non collegate”. Un pentolone comodo a Pechino per gettarvi tutto quanto sia utile ad allargare il suo raggio d’azione. Specie in tempi di dazi e guerre commerciali.

I sei corridoi della nuova via della seta (Hk Tdc research)
I sei corridoi della nuova via della seta (Hk Tdc research)

Sulle orme di Marco Polo
Annunciata nel 2013, la nuova via della seta consiste in origine in sei corridoi di collegamento che ricalcherebbero le antiche rotte commerciali. Come quelle percorse da Marco Polo. Il primo corridoio attraversa Mongolia e Russia. Un secondo raggiunge la Germania attraverso l’Asia centrale e si ramifica in tre reti verso la Turchia, il Pakistan e l’Indocina. Una sesta via collega Cina, Myanmar, India e Bangladesh. In aggiunta c’è la rotta che dal mare cinese meridionale tocca l’India e si dirama verso Africa e Mediterraneo.

Da allora Pechino ha finanziato 173 progetti in 45 paesi, secondo i calcoli di Csis. Dalla strada veloce nel porto di Gwadar, Pakistan, 130 milioni di dollari da completare entro il 2020, alla ferrovia Dhaka-Jessore, Bangladesh, per 3,4 miliardi di dollari. Fino alle autostrade del Montenegro. Ma il raggio d’azione, si legge nel rapporto Csis, ha travalicato i confini tracciati sulle cartine all’inizio. Negli anni, però, Pechino ha cambiato i connotati della nuova via della seta. Includendo anche l’America latina e l’Artico (rimasti fuori dalla ricognizioni di Csis). Fino al cyberspazio. Trasformando un piano di infrastrutture in un programma geopolitico. Qualcosa di molto più grande, affinato nel tempo. “La Belt and road initiative è stata annunciata in due sessioni e costruita in due momenti non unitari, con il lancio a un evento internazionale nel 2017”, spiega Filippo Fasulo, coordinatore scientifico del centro studi per l’impresa della Fondazione Italia-Cina.

cina“Una nuova forma di globalizzazione”
Per il centro studi italiano, il limite dell’analisi di Csis è che tiene conto solo delle infrastrutture. E non considera che la nuova via della seta ha un respiro più ampio e assomiglia a “una nuova forma di globalizzazione”, chiosa Fasulo. “Tramite Bri la Cina sta promuovendo una propria versione di globalizzazione, con l’obiettivo di sostenere la produttività interna. Questa iniziativa comporta la creazione di una stretta cooperazione fra i Paesi coinvolti per coordinare le politiche economiche di tutti i soggetti”, si legge nel rapporto annuale della fondazione.

La nuova via della seta è “un’iniziativa che crea consenso sugli investimenti cinesi all’estero”, aggiunge Fasulo. Come quelli che potrebbero arrivare sulla scia del piano per lo sviluppo tecnologico Made in China 2025. I due programmi cambieranno “non solo “che cosa produce la Cina”, ma anche “a chi vende la Cina” e “con chi produce la Cina””. Infrastrutture, quindi, ma non solo.

Anche perché la bulimia di asfalto e cemento ha spinto alcuni Paesi ad accumulare troppo debito. Secondo un rapporto del Center for global development di Washington Mongolia, Montenegro, Dijibouti, Pakistan, Laos, Maldive, Kyrgyzstan e Tajikistan si stanno esponendo troppo al credito cinese. Nello stesso problema sono incappati gli amministratori delle province cinesi, bramosi di arrivare per primi al taglio del nastro di un treno merci per l’Europa. Una corsa costata 300 milioni di dollari sparsi in tanti rivoletti, che hanno “generato una lunga lista di servizi e confusione tra i clienti”, si legge nel rapporto di Csis.

Il debito di alcuni Paesi destinatari degli investimenti per la nuova via della seta (Center for global development)
Il debito di alcuni Paesi destinatari degli investimenti per la nuova via della seta (Center for global development)

Il fronte orientale
In Europa orientale Pechino sta utilizzando la formula del negoziato 16+1 per farsi largo. Istituito nel 2012, è un tavolo a cui siedono Paesi del centro ed est Europa (11 membri della Ue e 5 esterni). Secondo uno studio del Parlamento europeo, pur di accaparrarsi il favore del Dragone nell’elargizione dei fondi per la nuova via della seta, alcuni governi “hanno dato priorità agli interessi politici cinesi rispetto a quelli europei. Stati euroscettici come Ungheria, Polonia, Serbia e Repubblica Ceca tra il 2014 e il 2020, sebbene abbiano ricevuto le fette più generose di fondi comunitari (da 128 milioni a 190 milioni), hanno fatto il gioco di Pechino. Che però, si legge nel rapporto, “non ha automaticamente generato un’attitudine più benevola verso la Cina da parte dei cittadini degli stessi paesi”.

Sei anni dopo, c’è una “crescente differenza” tra quanto Pechino ha promesso e quanto ha mantenuto. Nell’ultimo incontro, a Sofia, le critiche si sono fatte sentire. L’interscambio di beni con questi Paesi vale 57,3 miliardi di euro nel 2017 su un totale di 573 miliardi tra Cina ed Europa. E gli investimenti diretti di Pechino sono per lo più diretti a prestiti per costruire infrastrutture e reti utili ad allargare la rete della nuova via della seta. Il Fondo monetario internazionali conta spese per 6,2 miliardi di euro nei soli Balcani occidentali e non senza intoppi.

La missione italiana
Nelle ultime due settimane anche il governo italiano ha approfondito le intenzioni di Pechino con due missioni ufficiali. Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha propiziato accordi per Cassa depositi e prestiti, Fincantieri, Snam e Intesa San Paolo, mentre la Banca d’Italia ha accolto lo renminbi nel portafoglio di valute su cui investire. Il sottosegretario allo Sviluppo economico, Michele Geraci, ha guidato la seconda missione, dopo aver creato una task force ad hoc per i rapporti commerciali con la Cina. Obiettivo: attrarre più investimenti e non solo acquisizioni. Una politica in linea con quella del precedente esecutivo e di recente tradotta in pratica dall’accordo tra l’Istituto per il commercio estero e il gigante cinese dell’ecommerce Alibaba per creare una vetrina per il made in Italy sul portale.

Geraci ha anche sondato la possibilità di trovare in Cina un partner per il rilancio di Alitalia, con una quota del 49%. Tra gli scopi del suo ufficio, c’è anche quello di “aiutare le imprese italiane ad agganciare i programmi di investimenti cinesi finanziati dalla Belt and road initiative”.


Fonte: Luca Zorloni, Wired, 13 sett 18

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