7 ottobre 1950 : Il XIV Dalai Lama e l’invasione cinese in Tibet

Il XIV Dalai Lama e l’invasione cinese. La classe dirigente tibetana, pensando che la particolare posizione geografica del Paese delle Nevi sarebbe bastata a difenderlo dai drammatici eventi che stavano radicalmente mutando il volto dell’Asia, tornò a chiudersi in uno “splendido” isolamento che costerà però caro, pochi anni più tardi, all’intera nazione.

Foto: truppe comuniste cinesi a Pechino 1949

Il 6 luglio 1935, nell’anno del Maiale di Legno secondo il calendario tibetano, nasce a Takster, uno sperduto villaggio della regione orientale dell’Amdo, la 14° incarnazione del Prezioso Protettore. Riconosciuto secondo le tradizionali procedure da una delegazione inviata dal governo tibetano, il piccolo bambino viene quindi portato a Lhasa dove il 14° giorno del primo mese dell’anno del Drago di Ferro (22 febbraio 1940) viene formalmente insediato.

All’inizio degli anni ’40 il Tibet è un’oasi di pace al centro di un continente sconvolto da guerre e rivoluzioni. La Cina, dove per anni si erano sanguinosamente combattuti comunisti e nazionalisti, cerca ora di resistere come può all’invasione giapponese che appare sempre più irresistibile. Nell’India britannica il movimento indipendentista guidato da Gandhi guadagna terreno minando le basi della dominazione inglese e, a partire dal 1941, il Giappone entra nella seconda guerra mondiale a fianco di Germania ed Italia attaccando la base aerea navale statunitense di Pearl Harbour. Sfortunatamente in Tibet solo pochi, e anch’essi troppo tardi, si accorsero che minacciose nuvole portatrici di una tempesta senza pari si stavano addensando sul cielo del Tetto del Mondo dove, per la quasi totalità della popolazione, le giornate e gli anni continuavano a scorrere con i ritmi arcaici di sempre.

Nel 1945 il Giappone sconfitto e umiliato dall’olocausto atomico di Hiroshima e Nagasaki, si arrende alle potenze alleate. Pochi anni dopo (1947) l’Inghilterra è costretta ad abbandonare la sua amata colonia indiana che si divide, in un bagno di sangue, in due stati rivali: il Pakistan musulmano e l’Unione Indiana a grande maggioranza induista. In Cina nel 1949 termina una delle più sanguinose guerre civili che la storia ricordi e il Partito Comunista prende il potere guidato dal suo carismatico leader Mao Tsetung. E sarà proprio quest’ultimo evento ad avere enormi e tragiche conseguenze sulla storia tibetana.

E’ lo stesso Mao, mentre celebra a Pechino la nascita della Repubblica Popolare Cinese, ad affermare con forza che il Tibet dovrà essere riconquistato alla Madrepatria Cinese e strappato alle “forze imperialiste”. A Lhasa le affermazioni del leader comunista non giungono inaspettate. Il governo tibetano aveva già avuto sentore dei propositi della nuova classe dirigente cinese e aveva, invano, cercato di ottenere la solidarietà internazionale. Ma quell’isolamento che nei lontani e felici anni ’30 era sembrato così “splendido” oggi si ritorce come un boomerang contro il Paese delle Nevi. La Gran Bretagna risponde agli inviati di Lhasa che ormai è fuori dalle vicende politiche asiatiche, gli USA dicono che vedranno cosa si può fare ma poi non faranno nulla, il governo indiano, e soprattutto il suo Primo Ministro Nehru, tutto hanno in mente tranne che guastare i rapporti con la Repubblica Popolare Cinese e la neonata ONU (diretta discendente di quella Società delle Nazioni a cui il Tibet si era ben guardato dall’aderire) preferisce guardare da un’altra parte.

In questo desolante quadro politico il 7 ottobre 1950 le truppe del potente vicino cinese attaccano la frontiera tibetana in sei luoghi diversi e travolgono facilmente la debole resistenza del suo piccolo esercito. A Lhasa il governo e l’intera popolazione vengono presi dal panico. In novembre, sotto l’incalzare degli eventi, sono conferiti i pieni poteri al Dalai Lama nonostante abbia solo 16 anni. Mai nella storia il Tibet era stato governato da un Dalai Lama così giovane. Dopo essere penetrato in territorio tibetano, l’esercito cinese non avanzò oltre le regioni nord orientali forse temendo una reazione internazionale. Nell’aprile 1951 il governo del Dalai Lama inviò in Cina una delegazione che era autorizzata ad esporre il punto di vista di Lhasa e ad ascoltare le posizioni cinesi ma non poteva firmare alcun accordo. A Pechino però, i tibetani furono sottoposti a minacce di vario genere e venne loro impedito ogni contatto con le autorità di Lhasa. In queste condizioni la delegazione tibetana fu costretta a firmare un trattato in Diciassette Punti secondo il quale il Tibet entrava a far parte della Cina sia pure in condizioni di notevole autonomia. L’esercito comunista poté quindi entrare a Lhasa nel settembre 1951 portando così a termine l’occupazione del Tibet.

Nel suo arduo tentativo di trovare una qualche forma di pacifica convivenza con l’occupante, nel 1954 il Dalai Lama compì una lunga visita di cortesia nella Repubblica Popolare Cinese. A Pechino il leader tibetano ebbe diversi incontri con Mao Tsetung, Ciu En Lai ed altri importanti dirigenti comunisti. Prima di partire per tornare a Lhasa, il Dalai Lama ricordò a Mao, che si disse d’accordo, quanto fosse importante che i cinesi rispettassero le tradizioni sociali e culturali del Tibet come del resto stabiliva lo stesso trattato in Diciassette Punti.

Nonostante le assicurazioni ricevute a Pechino, il Dalai Lama trovò in Tibet una situazione estremamente deteriorata. Alle innumerevoli angherie e violenze compiute dai cinesi ai danni della popolazione e dei monasteri, i tibetani avevano risposto dando vita a un vasto movimento di resistenza attivo in pratica in tutta la parte nord-orientale del Paese. Gushi Gangdruk, letteralmente “Quattro fiumi e sei catene di montagne”, era il nome dell’organizzazione guerrigliera tibetana, nome che si richiamava a quello con cui le regioni dell’Amdo e del Kham erano chiamate dalla gente comune. Secondo stime attendibili alla fine del 1957 circa centomila guerriglieri combattevano per la libertà del Tibet, ma la disparità delle forze in campo non lasciava alcuna possibilità di successo alla pur eroica resistenza tibetana. Infatti i cinesi potevano contare su di un esercito armato di tutto punto, organizzato secondo una ferrea disciplina, perfettamente addestrato e che contava quattordici divisioni per un totale di oltre centocinquantamila uomini.

Durante tutto il 1957 e il 1958 alle incursione della guerriglia Pechino rispose colpendo indiscriminatamente la popolazione civile, bombardando villaggi, uccidendo monaci, distruggendo monasteri e passando per le armi tutti coloro che, a torto o a ragione, erano accusati di aver aiutato i partigiani. La potente macchina bellica maoista fu responsabile in quegli anni, come appurarono in seguito due dettagliati rapporti della Commissione Internazionale dei Giuristi (3), di un vero e proprio genocidio. Ad ogni azione dei guerriglieri seguivano sanguinose rappresaglie che dovevano servire a terrorizzare la popolazione e fare terra bruciata intorno agli uomini della resistenza. Dall’Amdo e dal Kham, sconvolti dalle battaglie, cominciarono ad affluire nelle province centrali di U-Tsang lunghe colonne di profughi. Dapprima si trattava solo di civili che cercavano di sfuggire alle violenze cinesi. Poi, man mano che si delineava l’inevitabile sconfitta militare, arrivarono anche nutriti gruppi di guerriglieri che speravano di potersi riorganizzare nel Tibet centrale per poi tornare nel nord-est. Ma si trattò di una speranza vana perché ormai la presenza cinese sul Tetto del Mondo era ben solida e capillare. Il potere dello stesso Dalai Lama in pratica non esisteva più e il campo d’azione del suo governo si limitava ai problemi di ordinaria amministrazione mentre per tutte le questioni importanti erano i generali dell’Armata Rossa a decidere e comandare.

Nel volgere di poco tempo anche a Lhasa la tensione divenne intollerabile. I tibetani non solo erano costretti a subire ogni genere di violenze e soprusi ma dovevano anche assistere impotenti alle quotidiane umiliazioni inflitte al loro leader più amato, il Prezioso Protettore. All’inizio del marzo 1959 mentre nella capitale tibetana si celebrava il Monlam Chenmo, la Festa della Grande Preghiera forse la principale ricorrenza religiosa dell’intero anno, il Dalai Lama venne invitato a partecipare ad uno spettacolo che si sarebbe tenuto al quartier generale delle truppe cinesi. In realtà più che di un invito si trattò di una vera e propria convocazione dal momento che fu chiesto a Kundun di venire senza l’usuale scorta e accompagnato solo da un pugno di funzionari, peraltro disarmati. Il Dalai Lama, nonostante il parere negativo dei suoi ministri decise che un suo rifiuto avrebbe ulteriormente irritato i cinesi e quindi accettò di recarsi negli insediamenti militari cinesi alle condizioni che questi avevano posto. Ma quando i tibetani appresero la notizia decisero che non avrebbero permesso che il loro leader si consegnasse inerme nelle mani dei militari cinesi. Il popolo era convinto che lo spettacolo non fosse altro che un pretesto per rapire la Presenza.

Testimoni oculari dissero di aver visto tre aerei pronti a decollare sulla pista del piccolo aeroporto di Damshung a un centinaio di chilometri da Lhasa. Altri raccontavano di aver sentito Radio Pechino affermare che il Dalai Lama era atteso nella capitale per partecipare alla ormai prossima riunione dell’Assemblea Nazionale Cinese. Tutti si dicevano decisi a difendere Kundun anche a costo delle loro vite. Il clima era ormai pre-insurrezionale. La miscela rappresentata dai profughi delle regioni nord-orientali, dai membri della resistenza, dai pellegrini convenuti a Lhasa per le celebrazioni del Monlam e dalla gente normale esasperata da anni di occupazione, si rivelò esplosiva. Ognuno aveva la sua tragica storia da raccontare e i suoi rimedi da proporre. Ci si eccitava gli uni con gli altri e il numero dava l’errata sensazione di poter essere abbastanza forti da sconfiggere l’occupante. Il risultato di questo stato di cose fu un imponente assembramento di popolo che si riunì intorno al Norbulinka (4) dove si trovava il Dalai Lama. La gente chiedeva apertamente al governo di ripudiare il Trattato in Diciassette Punti e che i cinesi se ne andassero dal Tibet. Quello che la folla voleva ormai andava ben oltre la partecipazione del Prezioso Protettore allo spettacolo cinese. La parola d’ordine era, “Libertà e indipendenza ”.

Ovviamente i cinesi erano furiosi per quello che succedeva in città e pretendevano non solo che il Dalai Lama si recasse al loro quartier generale ma che il suo governo disperdesse con la forza gli “assembramenti non autorizzati”. Tenzin Gyatso era quindi in una difficilissima posizione. Da un lato sapeva bene che i timori della sua gente erano più che fondati ed era commosso dalla lealtà e dall’affetto dei suoi sudditi, dall’altro si rendeva perfettamente conto che nulla avrebbero potuto contro il micidiale apparato bellico dei loro nemici.

Decise quindi di fuggire sperando in questo modo di calmare le acque, far scendere la tensione sotto il livello di guardia e poi riprendere la strada del dialogo e delle trattative. La notte tra il 17 e il 18 marzo il Dalai Lama e un piccolo gruppo di persone tra cui vi erano i suoi famigliari e alcuni ministri uscì segretamente dal Palazzo d’Estate per cercare rifugio nelle zone meridionali del Tibet ancora non del tutto controllate dai cinesi. Purtroppo le speranze del Dalai Lama che una sua partenza avrebbe potuto sistemare le cose si dimostrarono vane. La notte tra il 19 e il 20 marzo cominciò la battaglia di Lhasa.

I cinesi bombardarono il Norbulinka, probabilmente sperando che la Presenza potesse morire sotto le bombe, e poi attaccarono la città. Vennero colpiti il Potala, il Jokhang, le abitazioni. La gente combatteva per le strade una lotta eroica ma impari. Le donne e gli uomini di Lhasa affrontavano un esercito moderno ed equipaggiato di tutto punto, armati con vecchi fucili, coltelli e bastoni.

I soldati di Pechino furono implacabili e decine di migliaia di persone, in gran parte civili, morirono sotto i colpi di una repressione feroce. Il governo tibetano venne sciolto e tutte le autonomie riconosciute dal Trattato in Diciassette Punti abolite. Il Dalai Lama riuscì a stento a mettersi in salvo. Scortato da un pugno di uomini della resistenza raggiunse dapprima Lhuntse Dzong, una località vicina al confine indiano, dove in un primo tempo pensava di fermarsi in attesa di tornare a Lhasa. Ma di fronte al precipitare della situazione e alle notizie terribili che giungevano dalla capitale decise che non aveva altra scelta se non riparare in India dove giunse il 31 marzo dopo un viaggio che in tutto era durato due settimane e durante il quale aveva percorso oltre un migliaio di chilometri. Il governo di Nuova Delhi concesse immediatamente asilo politico al Dalai Lama che dall’India chiese aiuto alla comunità internazionale per il suo martoriato Paese sul quale erano calate le tenebre di una lunga notte di orrori e tragedie che non è ancora terminata.

Note:
(3) The Question of Tibet and the Rule of the Law, Ginevra 1959.
(4) Il Palazzo d’Estate del Dalai Lama, si trova a circa 5 chilometri dal centro di Lhasa
Tratto da “Il Tibet nel Cuore”, di P. Verni

Fonte:Sangye.it

English article:

CHINESE TAKEOVER OF TIBET IN THE 1950s 

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