61 anni fa, in Tibet, il Dalai Lama veniva nominato Capo dello Stato

Riportiamo un estratto corposo dell’articolo di Pietro Verni che appare oggi sul Riformista e che è stato pubblicato sul sito www.freetibet.eu.“Quando, quel 17 novembre 1950, i membri del governo tibetano vennero a chiedermi di assumere subito la carica di capo dello stato fui preso dal panico. Avevo solo sedici anni, nessuna esperienza politica e per di più i miei studi non erano ancora terminati. All’inizio tentai di rifiutare ma poi mi convinsi che non c’erano alternative, non potevo evitare le mie responsabilità”. Con queste parole il Dalai Lama mi raccontò come fu che assunse la carica di leader politico, oltre che spirituale, della nazione tibetana. Il Tibet nel 1950 era uno stato arcaico. Una nazione isolata e ferma nel tempo. Era riuscita ad evitare di essere coinvolta nella grande tempesta della seconda guerra mondiale ma negli anni ’40 una una serie di difficili crisi politiche avevano messo a repentaglio l’equilibrio interno del Paese. Il 7 ottobre 1950, le truppe della neonata Cina maoista cominciavano l’invasione del  Tibet attaccando in sei luoghi diversi. Nulla poté la pur eroica resistenza del piccolo esercito tibetano e il 17 ottobre Chamdo, capitale della regione dell’Amdo, era caduta. A Lhasa governo e popolazione si stavano rendendo conto che lo “splendido isolamento” del Paese delle Nevi era finito. E con esso terminava anche un’epoca. “Nonostante non possedessi la maturità necessaria per assumere un incarico tanto impegnativo e per di più in un momento così tragico”, sono sempre parole del Dalai Lama, “capivo anch’io che i tibetani riponevano in me, in quello che rappresentavo ai loro occhi, tutta la loro fiducia e la loro speranza. Ed io dovevo accettare quello che mi veniva richiesto. Lo imponeva la gravità del momento”. Il 17 novembre 1950, all’interno del palazzo del Potala, Tenzin Gyatso assunse ufficialmente i pieni poteri. Aveva sedici anni, quattro mesi e undici giorni. Mai prima di allora il Tibet era stato governato da un Dalai Lama così giovane. Oggi, 60 anni dopo, sembra siano passati secoli più che decenni. Il vecchio Tibet, con i suoi pregi e i suoi difetti non esiste più, spazzato via dalla violenta colonizzazione cinese e dalla ancor più brutale modernizzazione imposta da Pechino. Quel Tibet, per dirla con una frase di un famoso documentario della BBC, “L’ultimo mistero che il XIX secolo aveva lasciato al XX da esplorare”, è solo un ricordo dai contorni sfumati di un’epoca passata. Il Dalai Lama, che la stragrande maggioranza dei tibetani considera l’unico autentico leader del Tibet, è un Premio Nobel per la Pace. E’ una figura spirituale il cui valore è apprezzato a livello internazionale.E che ha saputo mantenere uniti gli oltre centomila profughi che lo seguirono nel 1959 sulla via dell’esilio e sono riusciti amantenere in vita l’essenziale della civiltà del Tibet. Certo sotto il profilo strettamente politico il bilancio è meno positivo. Nonostante da oltre venti anni chieda per il suo Paese non più una completa indipendenza bensì una “genuina” autonomia, Pechino rimane sorda ad ogni richiesta di effettivo dialogo e le porte dei palazzi del potere continuano ad essere più sigillate che mai.  Alcuni commentatori e non pochi tibetani ritengono che, vista l’assenza di risultati, la politica del Dalai Lama dovrebbe prendere una piega più ferma. Sostengono che sia stato inutile rinunciare a chiedere l’indipendenza dal momento che Pechino, a fronte di questa importante concessione del Dalai Lama, non si è mossa di un centimetro dalle sue posizioni iniziali. Vale a dire: non esiste alcun problema tibetano, la Cina ha liberato il Tibet da un feroce regime feudale e la sua popolazione è contenta di vivere all’interno della Repubblica Popolare Cinese. Difficile prevedere come potrà evolversi la politica del Dalai Lama se le sue proposte continueranno a non avere risposta. Però lui e il Tibet iniziano ad incontrare le simpatie di alcuni settori della stessa società cinese. Ad esempio di Liu Xiaobo e del movimento Charta 08. E questo è un segno che Tenzin Gyatso legge  come incoraggiante e foriero di positivi sviluppi. Con ogni probabilità quanti in Cina cominciano a ritenere maturo il tempo per un cambiamento positivo, potrebbero rivelarsi un interlocutore più disponibile della dirigenza comunista attuale.

Piero Verni

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