Il folle Kim Jong-un è un “Frankestein” prodotto da Pechino

Come spesso accade, tutto ciò che riguarda la Corea del Nord, ma vale anche per la Cina, sembra trasformarsi immediatamente in una sorta di gioco di specchi deformanti, come sta avvenendo per il supposto test nucleare dell’altro ieri.

Dico supposto, perché l’unica fonte di informazione è lo stesso regime nordcoreano, una fonte non proprio affidabile, anche se è credibile che vi sia stato un esperimento nucleare.

Più difficile accertare le caratteristiche di questo esperimento e se si tratta veramente di un progresso verso la bomba H e,come afferma Joseph Detrani sul sussidiario, sarà anche difficile in futuro, date l’opacità del regime di Pyongyang.

Questo è il quarto esperimento nucleare della Corea del Nord, che può essere quindi già considerata una potenza nucleare. Il nuovo esperimento aumenta dunque la pericolosità di una situazione già esistente: una sola “normale” bomba nucleare sganciata su un Paese vicino sarebbe sufficiente per scatenare il disastro, una possibilità già a disposizione di Kim Jong-un.

Proprio il dittatore nordcoreano sembra il vero problema e molto preoccupante è ciò che emerge daun’intervista pubblicata da Asia News, in cui un cattolico coreano prospetta una possibile “sindrome di Sansone” per Kim Jong-un, un’ipotesi che le caratteristiche del soggetto rendono, purtroppo, plausibile e quindi non astratto il rischio di una guerra totale.

Ovviamente si riparla di inasprimento delle sanzioni, ma la storia dovrebbe aver ormai detto molto sull’inadeguatezza di queste misure, particolarmente nei confronti di dittature spietate; anzi, spesso esse aumentano il senso di isolamento e accerchiamento, spingendo a gesti ancor più inconsulti.

Una questione essenziale è l’eventuale ruolo della Cina nella vicenda e tutto porta a credere che effettivamente, come affermano le dichiarazioni ufficiali, Pechino fosse all’oscuro dell’esperimento. Kim Jong-un non vuole passare per un protetto della Cina, ma affermare la sua indipendenza anche dall’unico Stato che finora lo ha appoggiato. Diversa questione è se il governo cinese fosse al corrente del proseguimento degli esperimenti nucleari e del loro sviluppo verso una bomba all’idrogeno. Qui è più difficile credere che Pechino sia stata presa completamente di sorpresa, ma forse non è riuscita a intervenire efficacemente. Il che rende ancor più pericolosa la situazione.

Ed ecco il gioco degli specchi. La Cina ha in realtà lasciato mano libera alla Corea del Nord per distogliere l’attenzione dai propri guai interni (vedasi le traversie delle Borse cinesi) e dall’altro lato, riproporsi come l’unico garante possibile della pace nella regione? In fondo, il “pazzo” di  Pyongyang con le sue stravaganti, per usare un eufemismo, operazioni è finora servito allo scopo, per esempio sulla sottovalutata espansione cinese nel Mar meridionale cinese, che sta dando recentemente serie preoccupazioni a molti Paesi vicini.

Oppure il giovane dittatore è realmente sfuggito di mano ai cinesi, che ora si trovano ad affrontare un Frankenstein da loro stessi creato? Non vi è dubbio che anche a Pechino considerino catastrofica la “sindrome di Sansone” attribuita a Kim Jong-un su Asia News. O, ancora, si tratta di un abile gioco delle parti per mettere in scacco un po’ di altri Paesi, con reciproco vantaggio?

Comunque sia, la Cina è l’unica che può realmente fermare il regime nordcoreano e lo deve far da sola, almeno inizialmente, comprovando effettivamente che non si tratta di un gioco delle parti: solo così gli altri Paesi potranno affiancarla. Se pensiamo all’altra questione nucleare, quella iraniana, Obama ha potuto raggiungere un accordo grazie al sostegno diretto di Putin e degli stretti rapporti della Russia con l’Iran (tra le quinte, vi era la stessa Cina). L’accordo con l’Iran è stato facilitato da una dinamica interna al regime iraniano provocata dai risultati delle ultime elezioni, una dinamica difficilmente intravvedibile a Pyongyang, ma anche in questo caso è solo la Cina che può cercare di instaurarla.

Altrimenti, a Pechino potrebbero ricordarsi di quanto successo nella Cambogia di Pol Pot, il cui folle regime fu abbattuto da un Paese “fratello”, il comunista Vietnam, sia pure di osservanza moscovita. Putin potrebbe dare anche qui qualche suggerimento.

Il Sussidiario.net,08/01/2016

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