4 giugno 1989: il massacro di Piazza Tienanmen [video]

La Strage di Piazza Tienanmen – Dopo la morte di Mao Tse-tung (1976) si aprì per la Cina un periodo nuovo. I dirigenti politici avviarono la campagna delle «quattro modernizzazioni» (dell’industria, dell’agricoltura, della ricerca scientifica, dell’esercito) nel tentativo di modernizzare il paese, aprirlo al libero mercato e agli scambi commerciali con l’Occidente.


Artefice del radicale cambiamento fu Deng Xiaoping, uno degli esponenti più anziani del comunismo cinese, che, salito al potere nel 1978, si adoperò per riallacciare i rapporti con i nemici di un tempo, anzitutto Stati Uniti e Giappone.

Nella gestione dell’economia la linea egualitaria introdotta da Mao fu abbandonata e vennero attuate profonde modifiche: si introdussero le differenze salariali e gli incentivi per i lavoratori, si incoraggiò l’importazione di tecnologia dai paesi più sviluppati, si concesse ai contadini di coltivare i propri fondi e vendere i prodotti sul libero mercato. Tutto ciò favorì un eccezionale ritmo di crescita delle attività produttive, ma comportò anche inevitabili cambiamenti nella stratificazione sociale.

 Alla fine degli anni ’80 il contrasto fra una modernizzazione economica e il mantenimento di una struttura autoritaria del potere originò numerosi fenomeni di protesta e di disagio. Studenti e intellettuali chiedevano una «quinta modernizzazione», poiché l’apertura all’Occidente aveva alimentato il loro desiderio di libertà e di democrazia. Il governo comunista, però, respinse ogni richiesta di trasformare in senso democratico il sistema politico del paese.

Nel 1989 due eventi fecero esplodere la protesta studentesca: in aprile la morte dell’esponente riformista Hu YaoBang, costretto anni prima dai conservatori a dimettersi dalla carica di primo ministro per aver appoggiato i movimenti democratici; in maggio la visita a Pechino del presidente russo Gorbaciov, ritenuto il simbolo della democratizzazione dei regimi comunisti.

 

La Strage di Piazza Tienanmen – Cosa accadde

La visita di Gorbaciov costituiva per gli studenti l’occasione per rendere visibili le loro richieste al mondo intero. Così, quasi un milione di universitari di Pechino si riversò nella Piazza Tienanmen, davanti alla Città Proibita (l’antica residenza degli imperatori), per chiedere l’abolizione di ogni forma di dispotismo e una maggiore libertà politica.

Alle manifestazioni nella piazza, che durarono quaranta giorni, si unirono via via gli operai, impiegati, giornalisti, imprenditori.

Il 13 maggio 1989, al rifiuto del governo di qualsiasi forma di dialogo, un gruppo di studenti, davanti alle telecamere, proclamò uno sciopero della fame e innalzò nella piazza un’enorme statua ispirata alla Statua della Libertà statunitense.

 Una settimana dopo i dirigenti comunisti, sempre più preoccupati per l’estendersi delle proteste ad altre città della Cina, proclamarono la legge marziale e nella Piazza Tienanmen comparvero i carri armati. La dura presa di posizione del regime, tuttavia, non fermò la protesta.

Nella notte fra il 3 e il 4 giugno 1989 i militari accerchiarono con mezzi blindati la piazza. Il giorno seguente aprirono il fuoco contro i dimostranti, provocando un massacro: molti furono schiacciati dai cingolati, altri furono gravemente feriti durante i violenti scontri con l’esercito.

I dati sulle vittime sono controversi, ma comunque ben diversi da quelli forniti dai dirigenti cinesi: il governo dichiarò la morte di 200 civili e 100 soldati, cifra successivamente ridotta a una decina; la Croce Rossa cinese parlò di 2600 morti e 30.000 feriti, mentre le stime più alte fanno salire a 12.000 il numero delle vittime.

Nei giorni successivi alla strage il governò scatenò una feroce caccia ai dirigenti del movimento studentesco e agli intellettuali che lo avevano sostenuto. I gruppi popolari che si erano scontrati con i militari furono puniti con inaudita crudeltà, molti dissidenti furono fucilati sui posti di lavoro. Per impedire la diffusione delle notizie fu messo in atto un severissimo controllo sugli organi di stampa cinesi e venne proibito l’ingresso nel paese ai giornalisti stranieri.
Il segretario del Partito comunista Zhao Ziyang, che si era mostrato aperto al dialogo con gli studenti, fu privato di ogni incarico nel partito e sostituito con Jiang Zemin, che a Shangai aveva saputo controllare e reprimere le manifestazioni entro limiti più accettabili.

Il governo non solo non ha mai fornito una versione ufficiale, ma censura ogni approfondimento sulla strage e ne proibisce la commemorazione. Simbolo della rivolta rimane l’ormai famoso Rivoltoso Sconosciuto o Tank man, un coraggioso studente che la mattina del 5 giugno 1989 cercò di bloccare l’avanzata di una fila di carri armati, spostandosi a seconda della loro traiettoria.

Diverse ipotesi sono state avanzate sull’identità del ragazzo, ma nessuna è stata mai provata e lo stesso regime non ha mai fornito informazioni sull’accaduto; alcuni ritengono che il ragazzo abbia passato anni nei campi di rieducazione, altri dicono che sia stato ucciso dopo poche ore o giorni. L’unica certezza rimane il suo gesto che, in tutto l’Occidente, è diventato l’emblema della rivolta popolare contro l’utoritarismo del governo cinese.

 


English article: CNN, Tiananmen Square Fast Facts

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