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Sul lavoro nero scoppia il caso Cina

Nel Salone dei Cinquecento al Palazzo Vecchio di Firenze si è svolto un convegno contro la piaga del lavoro forzato. Durante la conferenza l’On. Pagano e l’On Calgaro hanno presentato la proposta di legge contro l’importazione ed il commercio dei prodotti del lavoro forzato.

[1]Proposta di legge [2]

“La nostra non e’ una iniziativa contro la Cina” – ha precisato Toni Brandi, presidente della Laogai Reseach Foundation Italia Onlus [3], promotore, insieme a “Il Firenze”, quotidiano del gruppo E Polis, del convegno sul tema “La globalizzaizone e la piaga del lavoro forzato, clandestino e minorile: il caso Cina”.

“Stop al lavoro forzato in Italia e nel mondo” (relazione di Toni Brandi) [4] [5]

“Abbiamo deciso di batterci in difesa dei diritti dei milioni di detenuti cinesi costretti” dice Brandi “a ritmi di lavoro disumani in veri e propri lager, i cosidetti laogai [6]. 1422 quelli rintracciati fino a oggi. Luoghi di pena dove si producono giocattoli, alimenti, abbigliamento, componenti meccaniche ed altro, a tutto vantaggio di un regime totalitario per nulla rispettoso delle indicazioni degli organismi internazionali. “Cosi’ come in America e’ vietata l’importazione di prodotti provenienti dai campi di concentramento, perche’ in Europa e soprattutto in Italia non e’ possibile avere una legge che lo impedisca?”

Con 5-10 euro puoi rivestirti, secondo l’indagine condotta da Silvia Pieraccini, giornalista de il Sole 24 ore e autrice del libro “L’assedio cinese”, che vive a Prato e conosce molto bene la realtà locale”. “Oltre il 95% delle imprese cinesi che esistono sul territorio sono fuorilegge; vi lavorano gratis migliaia di braccia,  ripagando in questo modo il datore di lavoro che li ha introdotti clandestinamente in Italia.  Su 185 mila abitanti sono 18mila i cinesi regolari mentre si presume che siano circa 30 mila i clandestini. Sono in tutto 4.500 le aziende cinesi, 3400 solo per l’abbigliamento capaci di immettere giornalmente sul mercato un milione di nuovi capi “pronto moda”, che nel 2009 sono cresciute del 13%, per un giro di affari per 2 miliardi di euro di cui oltre il 50% in nero. Secondo i dati forniti dalla Banca d’Italia nell’ultimo anno sono stati trasferiti solo da Prato 484 milioni di euro (+24,5% rispetto al 2008).

Questo comporta una sottrazione di ricchezza al territorio che non può reinvestire i proventi  del lavoro realizzato.

Dice la Pieraccini “Non dobbiamo sottovalutare questo virus della illegalita’ che si sta espandendo in maniera esponenziale, una febbre che puo’ contaminare il tessuto sano del nostro Paese”.

Due sono le domande di Giulio De Rita, ricercatore del Censis: perche’ a Prato e dov’è Prato che, tra l’altro, non ha piu’ neanche la propria Banca?

Alla prima e’ semplice rispondere perche’ Prato e’ storicamente il  distretto tessile della Toscana e quindi per gli imprenditori cinesi e’ stato piuttosto semplice inserirsi in un contesto del genere.

Manca invece, del tutto,  la reazione sociale degli abitanti anche se  il 60% di loro (a fronte del 25% nel resto della Toscana)  non ritiene l’immigrazione cinese una risorsa positiva. “Si avverte tra la popolazione un disagio silenzioso, proprio come il lavorio delle migliaia di operai cinesi, ma  inerte”.

Secondo Alessandro Pagano, deputato Pdl, uno dei 15 firmatari (rappresentanti di tutti i partiti presenti in Parlamento) della proposta di legge che intende far rispettare i diritti umani [7], pena l’estromissione dal mercato di chi disattende, “il fenomeno dell’immigrazione clandestina e del lavoro nero fa fatica ad emergere, pur essendo un problema di dimensioni macroscopiche. La realta’ e’ che non si fanno piu’ figli e la popolazione e’ invecchiata dal punto di vista biologico. C’e’ poi anche la possibilita’ della rendita cospicua, del guadagno facile anche se illegale, concedendo in affitto a cittadini cinesi immobili che vengono trasformati in fabbriche clandestine dove di giorno e di notte si lavora a turno. L’unica strada per porre un limite a tutto cio’ deve essere una severa sanzione amministrativa ma anche l’interdizione e la confisca dei patrimoni (macchinari e prodotti finiti) e dei guadagni illeciti dal una parte ma anche la tracciabilita’ con iscrizione in un albo delle  imprese che non usano il lavoro forzato, dall’altra.  “ Bisogna educare  al rispetto delle regole “ ha detto il questore di Firenze, Francesco Tagliente, che ha illustrato la realta’ della sua citta’ dove a fronte di numerosi e regolari controlli nei capannoni laboratori il fenomeno si e’ contenuto.

Cinesi in Italia: i numeri di un boom e il caso Prato [8]

Dati su popolazione, imprese e rimesse cinesi in Italia e a Prato [9]

Redazione, 17 giugno 2010