13 luglio 2018: anniversario morte di Liu Xiaobo [video]

Liu Xiaobo è morto giovedì 13 luglio 2017 dopo una lenta agonia. Si è spento a sessantuno anni l’attivista democratico e premio Nobel per la Pace 2010, primo firmatario dell’appello manifesto ‘Charta 08’ per i diritti umani e la libertà di espressione. Liu era stato ricoverato nel Primo Ospedale di Shenyang, nella provincia nordorientale di Liaoning, dopo la scarcerazione per motivi di salute.

Solo il 23 maggio, aveva riferito  il suo avvocato Mo Shaoping, gli era stato diagnosticato il cancro al fegato in fase terminale: troppo tardi per salvargli la vita. Liu era uno dei prominenti intellettuali del dissenso in Cina; letterato, scrittore, critico letterario e docente universitario.

Liu Xiaobo nel letto dell’ospedale

 

Una vita spesa a diffondere la libertà di pensiero: tra il 2003 e il 2007 aveva ricoperto il ruolo di presidente dell’Independent Chinese Pen Centre, organizzazione no-profit che sostiene la libertà di espressione degli scrittori cinesi, e aveva diretto la rivista di orientamento democratico Minzhu Zhongguo (“Cina democratica”), fondata negli anni Novanta.

LIU era stato arrestato nel 2008, due giorni prima della pubblicazione di ‘Charta 08’. Il processo si svolse il giorno di Natale del 2009 e si concluse con la condanna a undici anni di carcere per “incitamento alla sovversione dell’ordine statale”. L’anno successivo il Comitato norvegese per il Nobel gli assegnò il premio Nobel per la pace per la “lunga e non violenta lotta per i diritti umani fondamentali in Cina. Cina”. Liu quel premio, non lo ha mai potuto ritirare.

Non solo: il riconoscimento all’attivista cinese portò a uno stallo diplomatico i rapporti con la Norvegia. Il disgelo con Oslo era  arrivato solo nel dicembre dell’anno precedente , con la visita a Pechino di una delegazione guidata dal ministro degli Esteri Boerge Brende con il chiaro scopo di ripristinare le relazioni. Cina e Norvegia avevan firmato in quella occasione una dichiarazione nella quale veniva specificato che “le due parti hanno raggiunto negli ultimi anni un livello di fiducia che permette la ripresa di una relazione normale”.

Charta 08

Charta 08, di cui Liu Xiaobo fu promotore e che gli costò la condanna alla detenzione per undici anni, chiede una magistratura indipendente dal potere politico e una serie di libertà: di parola, di stampa, di religione, di assemblea, di associazione e di sciopero. Il documento, tradotto dal cinese per il New York Times da Perry Link nel 2009, venne sottoscritto anche da altri trecento tra intellettuali, attivisti, avvocati e artisti cinesi. Soprattutto: usa toni molto duri nei confronti della Cina contemporanea. Nel testo non mancano riferimenti ai diritti umani, all’uguaglianza tra esseri umani, alla democrazia. Democrazia che per gli autori del manifesto significa soprattutto che “la sovranità appartiene al popolo e il governo è eletto dal popolo”: la garanzia di questi diritti, si legge sul testo, deve essere definita nella carta costituzionale. Charta 08 promuove anche la separazione dei poteri per creare un “governo moderno”, l’indipendenza della magistratura dal potere politico, e l’elezione diretta dei rappresentati del popolo sulla base del principio “una persona, un voto”. Il documento, poi, non esita a definire apertamente “autoritario” il sistema cinese:

“Questa situazione deve cambiare! Non possiamo più rimandare le riforme per la democratizzazione politica”, si legge. E sui diritti umani, i firmatati chiedono al governo di garantirli attraverso l’istituzione di una commissione ad hoc per “proteggere la dignità umana”

Quando Liu salvò gli studenti di Tiananmen

Prima della condanna a undici anni per Charta 08, liu aveva già conosciuto le prigioni cinesi per le sue posizioni contrarie alla linea del Partito Comunista Cinese. Come per molti altri, il 4 giugno lasciò un segno profondo nella sua vita. Fece ritorno in Cina dagli Stati Uniti per partecipare alle manifestazioni studentesche di piazza Tiananmen, nella primavera del 1989. Riuscì a convincere alcuni degli studenti a lasciare la piazza prima dell’arrivo dei carri armati. Per questo, dopo la repressione delle proteste democratiche da parte dell’esercito cinese, Liu venne condannato a 19 mesi di detenzione. “Il massacro del 1989 lasciò in me una profonda impressione”, raccontò anni più tardi ai microfoni della Bbc.

La posizione del governo cinese

La vicenda di Liu Xiaobo era stata  toccata dal Ministero degli Esteri di Pechino che ha ribadito la linea tenuta durante le ultime settimane, da quando si era diffusa la notizia delle condizioni di salute dell’intellettuale.

Il portavoce Geng Shuang aveva chiesto il rispetto della sovranità giudiziaria cinese e ribadito la contrarietà del governo di Pechino alle interferenze negli affari interni della Cina “con il pretesto di un caso individuale”. La stampa cinese, in particolare il tabloid Global Times, aveva dedicato diversi editoriali all’attivista democratico: la sua storia “merita compassione”, aveva scritto diverse volte il giornale edito dal Quotidiano del Popolo, organo di stampa ufficiale del PCC, ma, come lui, “un gruppo di attivisti e dissidenti pro-democratici ha perso una scommessa e rovinato la propria vita”, fu uno dei commenti più duri del giornale cinese.

Sospetti sulla morte

Molti attivisti e associazioni fanno ricadere la scomparsa del dissidente nelle condizioni disumane in cui ha vissuto negli anni all’interno di un laogai, dalle continue torture e da “aiuti ” farmacologici che hanno potato all’insorgenza della grave patologia, convinzione fondata anche dalla frettolosa cremazione del suo corpo. Non è il primo caso che dei dissidenti muoiono in Cina a causa di questa malattia.


Fonte: AGI, Askanews

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