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“Ricominciare a vivere”, lo scopo degli ex detenuti politici tibetani

Nonostante siano passati quattordici anni da quando è stato rilasciato, Lukar Jam sa ancora recitare tutte le regole imposte ai prigionieri tibetani chiusi nella prigione cinese di Pinang: “Venivamo picchiati tutti i giorni durante la recita di queste regole, che ovviamente doveva avvenire in lingua cinese”. Dei suoi anni in galera gli è rimasta anche una grossa cicatrice sul costato ma soprattutto la voglia di aiutare chi, come lui, è riuscito a scappare in India dopo la prigionia. Oggi è a capo di una Ong con sede a Dharamsala che aiuta gli esuli della diaspora tibetana. La polizia cinese lo ha fermato una mattina di febbraio del 1992 quando, da Lhasa, era in viaggio per Thengri: “Non mi hanno detto nulla. Soltanto che sapevano chi ero e cosa stessi facendo. Si riferivano alla Dokham Shunu Shithup, un gruppo formato da me e altri cinque amici che protestava contro le atrocità commesse dalla Cina in Tibet. All’epoca ero molto giovane, ma sapevo cosa volevo: maggiore libertà per il mio popolo”. Più istruito della media dei tibetani residenti nella regione – dove la Cina impone un’educazione in lingua han e non permette che si tramandino lingua e cultura locali – viene arrestato e condannato a cinque anni di prigionia. Uscito di galera, però, riesce a fuggire e a raggiungere Dharamsala, sede del governo tibetano in esilio e residenza forzata del Dalai Lama, che Pechino costrinse all’esilio dopo l’invasione del 1949. Oggi la sua esperienza giovanile lo ha portato a fondare insieme ad altri esuli la Go Chu Sum, Organizzazione non politica che sostiene gli ex prigionieri politici che riescono a raggiungere l’India. Lo scopo è quello di fornire un’istruzione di base a chi è stato chiuso in galera: lezioni di inglese, computer e avviamento professionale per formare cittadini validi e utili a loro stessi e alla comunità. Tuttavia, le cicatrici della prigione lo tormentano ancora: “Manganelli elettrici per gli interrogatori o per punire piccole imperfezioni, celle di isolamento strette come bare, violenza gratuita e brutale: la Cina usa i sistemi di tortura medievale per piegare il Tibet e coloro che ancora lottano per la sua libertà. Ma noi qui ricominciamo a vivere, nonostante i loro sforzi”.

Fonte: Asia News, 12 maggio 2011