‘Ndrangheta nel porto di Gioia Tauro Bloccati funzionari delle Dogane

In provincia di Reggio Calabra, un’operazione dei carabinieri ha portato a una trentina di arresti nei confronti di presunti affiliati alle cosche della ‘ndrangheta che controllavano importanti attività commerciali nel porto di Gioia Tauro.

Nel corso delle indagini, coordinate dalla direzione distrettuale Antimafia di Reggio, sono stati sequestrati numerosi container di merce, spesso contraffatta, per un valore di decine di milioni di euro; non solo: le indagini avrebbero permesso anche di scoprire le operazioni di riciclaggio in strutture immobiliari e attività alberghiere nel Lazio, dove sono stati eseguiti sequestri preventivi.

L’inchiesta, secondo quanto si è appreso, ha anche permesso di accertare gli attuali equilibri mafiosi nella piana di Gioia Tauro, dopo lo scontro tra le cosche Molè e Piromalli per il controllo delle attività del porto.

In manette anche due funzionari delle Dogane
Secondo quanto si è appreso, ci sono anche due funzionari della Dogana di Gioia Tauro, tra le persone arrestate dai carabinieri, che hanno messo sotto sequestro beni per un valore di una cinquantina di milioni di euro.

Fra le strutture bloccate, anche un lussuoso complesso alberghiero con due avviati ristoranti a Monte Porzio Catone, a una trentina di chilometri da Roma. Il complesso alberghiero era stato acquisito dalle cosche con ripetute intimidazioni nei confronti dei precedenti gestori e del proprietario, costretti a cedere l’attività per compensare i debiti maturati con il gruppo criminale. Nell’albergo i carabinieri hanno anche arrestato quello che viene indicato come il principale referente imprenditoriale della cosca Molè, Cosimo Viriglio (43 anni, originario di Rosarno), uomo di fiducia del boss Rocco Molè, ucciso in un agguato il primo febbraio del 2008.

Fonte: Il Secolo XIX, 22 dicembre 2009

La notizia è uscita anche su La Repubblica. Qui di seguito il testo:

Stavano trasformando Gioia Tauro nella porta per l’Europa di tutte le merci contraffatte d’oriente. Ai cinesi garantivano prezzi competitivi e controlli praticamente nulli. Alle ‘ndrine andavano guadagni favolosi. Quando arrivavano le navi sapevano come ungere i meccanismi della dogana. Come far chiudere un occhio, o anche tutti e due, a funzionari “amici”. I boss della ‘ndrangheta avevano messo le mano sui moli di uno dei più grandi porti del Mediterraneo. E facevano affari d’oro. Si occupavano di tutto. Attraverso la “Cargoservice srl” fornivano la loro “attività di rappresentanza doganale”. Ai cinesi stava bene. Da una parte infatti risparmiavano sulle tasse dichiarando merce di valore inferiore a quello reale. Dall’altra riempivano i container di capi d’abbigliamento contraffatti. Nike, Kappa, Puma, oppure Crocs. Passava tutto da Gioia. Bastava pagare. La tangente delle ‘ndrine si chiamava “assistenza”, una conveniente voce di bilancio. All’alba di oggi sono finiti in manette in 26. I carabinieri del comando provinciale di Reggio Calabria e gli specialisti del Ros, hanno stroncato un giro d’affari imponente e sequestrato beni per diversi milioni di euro. L’indagine della Dda reggina, con il contributo della Dogana Nazionale, ha sollevato il coperchio a un coacervo d’interessi che la dice lunga sul giro di soldi al porto di Gioia. Nella rete sono finiti boss e affiliati delle cosche Molè e Pesce, imprenditori in odor di mafia come Cosimo Virgilio, e anche uomini dell’amministrazione. Come l’ex direttore dell’ufficio dogana di Gioia Adolfo Fracchetti e il funzionario Antonio Morabito. Il meccanismo scoperto dai magistrati reggini (Michele Prestipino, Roberto Di Palma e Roberto Pennisi) era piuttosto semplice. Bastava essere sicuri che nessuno mettesse il naso nei container che arrivavano dalla Cina. I calabresi avevano agganciato due orientali, Lyn Wanli e Dai Rongrong, che dall’Italia si occupavano di importare prodotti provenienti dalla Repubblica popolare per conto di numerose società, come la Gruppo Kang. Ai soci cinesi si garantiva il passaggio delle merci senza grattacapi e a “tassa agevolata”. Per ogni container si potevano risparmiare decine di migliaia di euro, che in parte restavano ai clan sotto forma di pagamento di “servizi”. Il business era talmente conveniente che la Dai Rongrong (alias Lena) era pronta a “spostare a Gioia anche il giro d’affari che aveva sul porto di Napoli”.

All’Ufficio della dogana Cosimo Virgilio aveva buoni amici. Come l’ex direttore Fracchetti, che uscito dal servizio pubblico è poi stato assunto dalla Cargoservice come direttore tecnico. E Antonio Morabito che secondo gli inquirenti veniva “unto” con regalie varie. Un meccanismo consolidato, che quando s’inceppava veniva spinto con segnali espliciti. Come quando a Gioia sono arrivati due nuovi funzionari che hanno iniziato a fare il loro dovere e a bloccare container. A uno hanno sparato alla macchina mentre usciva dal porto. E all’altro hanno inviato una busta con due bossoli calibro 38. Trasferiti entrambi per motivi di sicurezza. Segnali inquietanti, su cui gli inquirenti stanno ancora indagando. Un giro consistente i cui proventi, per la Dda reggina, andavano in investimenti puliti. Nella carte dell’inchiesta si parla dell’acquisto di strutture alberghiere nel Lazio, ma anche di società varie. Il Porto di Gioia era già finito nel mirino dei magistrati. Poco più di un anno fa erano stati scoperti gli interessi dei clan Molè e dei Piromalli-Alvaro sulla Allservice, un’azienda che all’interno della struttura portuale gestiva il rizzaggio dei container. Senza dimenticare che dai moli calabresi passa di tutto. Compresi ingenti quantitativi di droga proveniente dal Sudamerica. Solo lo scorso mese, la Guardia di Finanza e gli uomini dell’arma hanno sequestrato 430 chili di cocaina purissima. Un giro colossale, da decine di milioni di euro, anche questo gestito dai calabresi.

Giuiseppe Baldessarro

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