«Mi ha forgiato la tragedia della rivoluzione cinese»

Xian Zhang è un direttore d’orchestra assai particolare. Anzitutto è donna, cosa ancora insolita nel settore della direzione. E’ poi l’unica donna che in Italia abbia un contratto come direttore musicale. Stasera (ore 20), infatti, sarà sul podio del Teatro alla Scala per il concerto inaugurale della stagione dell’Orchestra Sinfonica Verdi, complesso che la Zhang guiderà stabilmente per i prossimi tre anni. Quest’artista è figlia della nuova Cina, quella che indaga appassionatamente l’Occidente dopo decenni di divieti. Più nel dettaglio: è figlia di una pianista e di un liutaio che durante l’epoca della «rivoluzione culturale» furono costretti al lavoro nei campi. Tuttavia profittarono del primo disgelo per immergere quella loro bimba di grande talento nella cultura a loro bandita. Ora la Zhang è una donna sì incline al sorriso, ma dalla scorza dura, pragmatica e decisa. Ha abbattuto una serie di barriere e ha all’attivo una serie di conquiste. Anzitutto s’è conquistata la città-faro del mondo, New York, dove è Associate Conductor della New York Philharmonic. Ha condotto le più importanti orchestre d’America e ora avanza in Europa: a breve il debutto con l’orchestra del Concertgebouw; è stata inoltre la prima donna a dirigere i complessi di Dresda. Cosa rappresenta il teatro alla Scala per la Zhang? E’ lei a spiegarlo: «E un simbolo universale della musica».
Cosa ama dell’Orchestra Verdi?
«La grande energia. E’ un complesso che sprizza vita da tutti i pori».
Che obiettivi s’è posta per questo primo anno di direzione musicale alla Verdi?
«Intendo lavorare sul suono, raffinarlo il più possibile, ampliarne la gamma di colori nonchè il volume».
Lei vive e opera anzitutto negli Usa. In cosa si differenziano le orchestre europee da quelle americane?
«Dal modo di fare e intendere le prove. In America gli orchestrali sanno che dispongono di poche prove e lì si giocano tutto. In Europa si lavora in modo più disteso».
In che rapporti è con la Cina?
«Scarsi: torno una volta l’anno a Pechino per produzioni operistiche».
Pare che il mercato della musica classica si stia spostando proprio lì: lei che dice?
«E’ vero, i cinesi divorano la musica classica. Cosa che riguarda soprattutto i giovani. E siamo solo agli inizi».
Ed è vero che Sua padre, liutaio, le costruì il primo pianoforte?
«Sì, e si trova ancora nella casa paterna. I miei non avevano soldi per acquistarne uno, così papà comprò vari pezzi e li assemblò per conto proprio. Mia madre, insegnante di pianoforte, mi diede le prime lezioni».
Cosa le hanno raccontato i suoi genitori dei decenni bui in Cina?
«Cose che ti fanno capire che la situazione è stata più drammatica di quanto la facciano apparire i libri. I miei conoscevano parecchi musicisti che in quanto tali furono discriminati, sviliti al punto da arrivare al suicidio».
Ha avuto un’infanzia dura. A undici anni ha lasciato la provincia per andare a Pechino, da sola. Cosa ricorda?
«Che studiavo tantissimo, otto ore di pianoforte, tanto per cominciare. Gli insegnanti e i miei genitori, che potevo vedere solo due volte l’anno, erano molto severi e di questo sarò loro eternamente grata perché così mi hanno instillato quel senso della disciplina che è focale per la carriera di direttore».
La determinazione che le consente di gestire tante cose. Sappiamo che è pure neomamma…

«Sì di un bimbo di sette mesi. Molto buono, non piange mai, quando posso lo porto con me. In questi giorni è a Milano».
Il suo essere donna come viene vissuto dagli orchestrali?
«In modo naturale. Ho assistito a rarissimi casi di scetticismo e perlopiù si trattava dei musicisti più anziani».
Cucina italiana o cinese?
«Entrambe. Settimana prossima voglio andare a visitare la Chinatown di Milano così testo qualche ristorante cinese in Italia…».

Fonte: Il Giornale, 6 ottobre 2009

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