Wei Jingsheng: Gli scioperi, ultima possibilità per la giustizia e l’economia della Cina

Un’ondata di scioperi – cominciate alla Foxconn e alla Honda – sta dilagando ormai in molte ditte cinesi. I lavoratori della Honda Lock di Zhongshan (Guangdong) hanno ripreso oggi a lavorare dopo una settimana di sciopero. Ma, secondo un portavoce della direzione, gli operai stanno “rallentando artificialmente” le operazioni. Nel fine settimana l’azienda ha offerto aumenti salariali di 200 yuan (circa 20 euro) al mese per ogni dipendente, ed ha annunciato che oggi il lavoro sarebbero ripreso regolarmente. Invece i dipendenti hanno incrociato le braccia e manifestato davanti alla fabbrica.

Un’altra fabbrica della Honda in Cina ha concesso infatti aumenti ai suoi dipendenti che hanno scioperato in maggio, e i 1.500 operai della Honda Locks chiedono ora parità di trattamento. Molti osservatori si domandano se queste rivendicazioni sindacali si diffonderanno in tutte le ditte cinesi, costrette dopo decenni a prendere in considerazione le misere condizioni degli operai.

In questo articolo il grande dissidente cinese Wei Jingsheng spiega che il problema non si risolverà fino a che il governo di Pechino e i suoi alleati occidentali non rinunceranno agli enormi profitti che lo sfruttamento del lavoro nel Paese permette loro. Il rischio è quello di un collasso del Paese.

In occasione dell’anniversario del 4 giugno, ho visitato diverse nazioni dell’Europa occidentale. Posso dire che le popolazioni locali e le comunità cinesi che vivono in quei Paesi non hanno perso interesse per la questione democratica in Cina.

Veramente, la situazione non è così pessima come alcune persone avevano predetto. Molti amici mi hanno spiegato che questo interesse si mantiene ancora in vita in parte perché la situazione attuale della Cina ha acceso di nuovo il fuoco della speranza. Inoltre, lo sviluppo della situazione attuale potrebbe portare a risultati molto diversi da quelli che molti si aspettano.

Il recente aumento dell’influenza dei movimenti dei lavoratori cinesi è uno degli esempi che la popolazione aspettava da tempo, per i quali stava iniziando a perdere la speranza.

Sotto la repressione della potente macchina dittatoriale del Partito comunista cinese, negli ultimi decenni non è stata permessa la nascita di veri movimenti dei lavoratori nel Paese. Diversi sono i motivi che spiegano questo fattore. La prima è che, in Cina, esistono dei “sindacati” ufficiali che però, di fatto, rispondono al Partito.

Queste organizzazioni agiscono come emanazioni governative. I dirigenti di questi presunti “sindacati” sono pagati dal governo, e sono divenuti i principali agenti nel campo del controllo e della distruzione dei veri movimenti dei lavoratori. Quando si presenta un conflitto fra la forza lavoro e i dirigenti, i “sindacati” si pronunciano sempre a favore degli industriali. È difficilissimo che intervengano per i lavoratori.

Nel corso delle ultime agitazioni dei lavoratori, sono stati i dirigenti sindacali a confrontarsi con più violenza contro gli operai; sono loro che si sono scontrati, fisicamente, con i dipendenti della Honda. Questo prova la vera natura del “sindacato” ufficiale.

La seconda ragione che ha impedito uno sviluppo del movimento dei lavoratori dopo la presa del potere da parte dei comunisti è che, dal 1949, il Partito ha mostrato la sua vera natura. Dopo aver parlato di diritti e doveri, il governo comunista ha iniziato a definire “un crimine politico” la richiesta di diritti da parte degli operai; e il crimine è stato combattuto con violenza. Negli ultimi 60 anni, diverse organizzazioni nate in maniera spontanea sono state spazzate via con l’accusa di essere “controrivoluzionarie”. I loro leader sono stati sbattuti in galera, o perseguitati in altro modo. Le loro organizzazioni sono state dissolte.

Esistono ovviamente anche altre ragioni che spiegano l’assenza di sindacati in Cina, ma queste prime due sono sicuramente le più importanti. Il governo dittatoriale comunista e l’azione dei suoi falsi sindacalisti spiegano perché i lavoratori cinesi non sono mai riusciti a organizzarsi in difesa dei propri diritti. E questa impossibilità spiega l’interesse dei capitalisti di Hong Kong, Taiwan e altre nazioni rispetto al mercato del lavoro a basso costo in Cina.

Dato che questi lavoratori producono buoni oggetti a poco prezzo, chi investe in questo mercato riceve maggiori dividendi. Per mantenere alti questi profitti, che sono eccessivi, tutti i capitalisti su piazza si sono uniti nello sforzo di mantenere il sistema dittatoriale retto dal Partito comunista cinese. Questo sistema appartiene alla più basilare catena alimentare: pesce grande mangia pesce piccolo, e pesce piccolo mangia gamberi.

Da 20 anni a questa parte, insieme ai movimenti dei lavoratori, sono stati colpiti in maniera incessante anche i movimenti democratici. In entrambi i casi, si tratta di repressioni ordinate dai comunisti e dai loro alleati occidentali. Entrambi i movimenti hanno tentato e tentano in ogni modo di sopravvivere, ma con sempre maggiore difficoltà: e questo perché non c’è un’alleanza internazionale a loro sostegno, ma ne esiste una a loro contraria.

Questa ha costretto la maggioranza dei politici occidentali ad arrendersi ai desideri dei comunisti, proteggendo soltanto il commercio. D’altra parte, anche i sindacati dell’Occidente subiscono infiltrazioni da parte del mondo dell’industria e si disinteressano dei movimenti dei lavoratori cinesi. E questa mancanza di sostegno è un’altra ragione che spiega perché non si riescano a creare nel Paese dei veri sindacati.

Ma i lavoratori cinesi, che subiscono la più dura delle repressioni, arriveranno a un punto di rottura: a quel punto, lotteranno per difendere i propri diritti e i propri interessi.

Da qualche tempo, il movimento operaio nato nelle industrie Foxconn del Guangdong si è sparso rapidamente per tutto il Paese, a riprova del fatto che i sindacati sono necessari oggi più che mai.

L’emergere di nuovi leader fra le generazioni più giovani dei lavoratori è, di fatto, un’opportunità per la società cinese. L’ondata dei movimenti, il cui interesse primario è oggi un aumento delle paghe, non risulterà soltanto in organizzazioni di auto-difesa, ma mitigherà l’emergente crisi economica che si sta sviluppando nella Cina. Ed entrambe queste realtà sono di fatto una speranza per la Cina contemporanea.

Molte persone hanno iniziato a notare la rapida inflazione nel Paese, senza prestare attenzione al rapporto esistente fra questa inflazione e la struttura deformata dell’industria cinese. Semplicemente, il costo del lavoro è soltanto una minuscola porzione del valore totale della questione: il grosso sta negli investimenti stanziati per espandere la capacità di produzione, il settore finanziario e il mercato degli immobili.

Con la recessione che ha colpito l’economia globale, la maggior parte di questi fondi diventa valuta straniera e se ne va dal Paese. Il risultato naturale è l’enorme disponibilità di moneta nazionale cinese: e questo, è noto, causa inflazione. Per risolvere questo problema esistono soltanto due modi. Il primo è aumentare il tasso di cambio dello yuan, e abolire nel contempo ogni tipo di barriere di importazione non tariffarie: si tratta di uno sforzo teso a permettere l’ingresso di prodotti stranieri nel mercato cinese, esportando al contempo la moneta.

È l’unico modo per rimettere a posto l’equilibrio del mercato cinese, assorbendo inoltre il surplus monetario. Tutto questo, però, deve accompagnarsi a un secondo intervento: aumentare il potere d’acquisto dei salariati, così che possano creare un vero esercito di compratori interni. Ovviamente, agendo in questo modo si ridurrà in maniera sensibile il profitto degli investitori, cinesi e stranieri; eppure, soltanto così potremo stabilizzare l’economia cinese.

Se invece non si mettono in pratica queste manovre le grandi crescite – accompagnate da equivalenti cadute – di questi ultimi anni verranno amplificate in maniera naturale, fino a causare il collasso dell’economia.

Perché il Partito comunista cinese ha preso tutte le misure possibili tranne queste? Per il profitto. Di fatto, i guadagni eccessivi correlati all’economia cinese non hanno corrotto soltanto la politica nazionale, ma anche quella occidentale; e questo denaro è divenuto il sangue grazie al quale il Partito sopravvive. Se questa ultima ondata di movimenti sindacali non costringerà il governo cinese a instaurare una normale struttura economia, allora soltanto il collasso della società potrà farlo. Ho paura che questa sia l’ultima opportunità prima del collasso della Cina.

Fonte: AsiaNews, 14 giugno 2010

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