Wairen, la vita agra delle braccia migranti

Immaginate una città chiusa dalle 11 di sera alle 6 del mattino. Con telecamere, vigilantes,muri, barriere e controlli in ogni entrata. Immaginate di ascoltare delle parole, in cinese, nel consueto panorama post atomico di una città del Celeste Impero. Benvenuti a Dashengzhuang, distretto di Daxing, Pechino, esperimento sociale ideato dal capo del partito locale, Liu Qi, 68 anni, in carica dal 2002 e già presidente del Comitato organizzatore delle Olimpiadi di Pechino.

Uno che di permessi, divieti e controlli se ne intende. Il controllo sociale distribuito, come viene definito, è una sorta di continuo percorso aggiornato in Cina. In un suo articolo del 2004, Li Junqing (dell’istituto di scienze dell’amministrazione presso l’Università centrale delle nazionalità di Pechino) scriveva che «la Cina ha avuto da sempre una tradizione politica all’insegna del controllo sociale e del detto meglio chiuder la bocca alla gente che chiuder le frontiere». Forme di controllo radicate già nell’Impero, sviluppatesi dopo la Rivoluzione e cristallizzatesi nel periodo del Partito comunista. Victor N. Shaw, autore di Social control in China: a study of Chinese work units (1996) ha studiato la struttura di controllo stabilita intorno al mondo della danwei, ovvero le unità di lavoro, attraverso l’esperienza diretta in quattro tipi di città-fabbrica (come quelle della Foxconn, divenute note a causa dei suicidi dei lavoratori): la sua conclusione è che la società cinese risulta essere cellularizzata da sempre, fin dai tempi imperiali, in una sorta di oblio personale, affidata al controllo onnicomprensivo dello stato, tanto da non chiedere, in caso di incontri, «chi sei?», quanto, «a che unità di lavoro appartieni?». Una tendenza che ha trovato negli ultimi anni nuove forme di sviluppo, date da molti programmi di partnership con paesi stranieri in tema di paranoia securitaria, nonché dall’acquisizione dei più moderni apparati tecnologici di controllo sociale. E’ opinione comune che in Cina la privacy sia qualcosa di sconosciuto: a chiunque capiti di trascorrere un periodo in una città cinese potrà notare, ad esempio all’interno dei grandi compound, una sorta di controllo totale, dovuto ad un numero altissimo di persone con funzioni di guardiani, portieri, aiutanti dei guardiani, aiutanti dei portieri delle case. La sensazione è quella di un accerchiamento, un po’ bizzarro, con caratteristiche cinesi, condito da presenze ingombranti di telecamere, enfatizzato dalla recente sofisticata e controllata barriera alla navigazione su internet, dalla necessità di registrarsi immediatamente presso i posti di polizia entro 24 ore dall’arrivo in una città. Un mix di tradizione e modernità che, secondo Xinyi Xu nel suo The impact of Western forms of social control on China (1995) dipende da tre fattori: il confucianesimo, la natura del Partito e l’importazione di tecniche occidentali in tema di controllo sociale. Applicazioni. A Urumqi, in Xinjiang, lo scorso anno a inizio luglio, scoppiarono scontri tra abitanti di etnia uigura e han. Violenze e battaglie per strada che ebbero come risultato ufficiale 197 morti e oltre mille feriti. Molti gli arresti e le condanne a morte eseguite quest’anno con nuove repressioni nel periodo di luglio in cui si scandiva la ricorrenza annuale. Nella zona venne immediatamente fatta saltare la connessione internet e telefonica, ripristinata solo a inizio anno. Nel luglio 2010, per evitare nuovi disordini, il controllo è stato totale: sarebbero state oltre 40 mila le telecamere presenti nella città, dotate di speciali caratteristiche che le renderebbe immuni a eventuali sabotaggi. La Cina produce ormai tecnologia in grado di preservare le proprie comunità e i governanti cinesi non sfuggono all’ansia di controllo sviluppatosi nell’ultimo periodo. A seguito delle Olimpiadi prima, dei vent’anni dal massacro di Tiananmen, delle celebrazioni dei sessant’anni di Repubblica Popolare e dell’Expo di Shanghai poi, l’ansia di sicurezza ha pervaso i politici cinesi, timorosi da un lato di evitare contestazioni interne, dall’altro di scongiurare polemiche con l’esterno su temi caldi come il Tibet o i diritti umani. Muri e vigilantes. Ed ecco che per controllare una popolazione composta da moltissimi migranti, scattano le misure più estreme: controlli continui e interi quartieri chiusi in determinate ore della giornata. La colpa sarebbe il pericolo causato da molti dei giovani che giungono nella capitale o più in generale nelle grandi città, per trovare un lavoro e vivere meglio rispetto alle zone rurali. Giovanissimi, dai 15 ai 19 anni, solitamente impiegati come camerieri o muratori. Sono violenti, dicono le autorità di Pechino. Il giornale Notizie di Pechino precisa che nei 16 villaggi interessati all’esperimento sono stati costruiti 77muri e barriere, installate 306 telecamere per la sorveglianza e reclutati 202 vigilantes che controllano gli accessi. Il capo della polizia del distretto Daxing, Chen Debao ha aggiunto che i lavoratori immigrati stagionali sono «al 90% ragazzi di 15-16 anni, e sono molto pericolosi». Il problema dunque sarebbe ancora una volta collegato all’hukou, il certificato di residenza, istituito in tempi maoisti per evitare l’abbandono delle campagne e che oggi è più che mai in discussione in Cina. L’hukou vincola infatti la persona al suo luogo natale. Giunto a Pechino l’abitante di una zona remota non ha alcun diritto in termini di welfare e assistenza, finendo il più delle volte per essere piuttosto vicino a forme di illegalità diffuse. Anche per questo ai recenti lavori della sessione annuale dell’Assemblea Nazionale i parlamentari cinesi sono stati invitati dai media locali a rivedere il sistema dell’hukou. Wen Jiabao, il premier, sempre molto attento al polso sociale della popolazione, ha specificato che sono in fase di studio alcune modifiche, da applicare inizialmente solo in alcune città. Misure analoghe di controllo degli immigrati sono state prese in passato per brevi periodi, come l’epidemia di Sars del 2003, le Olimpiadi del 2008, il sessantesimo anniversario della fondazione della Repubblica Popolare Cinese, che si è celebrato l’anno scorso.

Fonte: Il Manifesto, 15 agosto 2010

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