Vi sarebbero i rapporti con la Cina alla base dei visti negati

Mentre nel sud del paese continuano gli sbarchi di migliaia di migranti irregolari provenienti dall’Africa e il governo cerca di trovare un modo per regolarizzare la loro presenza (si parla del visto per scaricarli negli altri paesi europei), ad alcuni monaci tibetani non è stato concesso di partire dall’India, nonostante avessero lo status di rifugiato e il relativo invito arrivato dall’Italia.


L’ambasciata italiana in India infatti ha concesso il visto solo a tre dei sei monaci che dovevano arrivare per un incontro religioso al monastero Buddista di Pomaia, il più grande d’Europa, adducendo a quanto pare la scusa che l’Identity Certificate finora riconosciuto come valido da tutti i paesi dell’area Schengen ad eccezione della Svezia e del Portogallo, non è accettato dall’Italia o esisterebbero pericoli di contraffazione dei titoli di viaggio che abilitano i monaci buddisti a viaggiare in Europa. Una giustificazione quest’ultima che appare strana dato che fino a poche settimane fa il rilascio dei visti ai rifugiati tibetani veniva accettato senza problemi dalle autorità di frontiera.

Il provvedimento appare anomalo soprattutto perché, al contrario di quanto avviene con le migliaia di migranti irregolari, le persone che avevano chiesto di varcare i confini lo avevano fatto solo per partecipare ad alcuni incontri ed eventi religiosi che tradizionalmente si svolgono in questo periodo dell’anno.

Dure le critiche della comunità tibetana in Italia, delle associazioni a sostegno del popolo tibetano e della sua cultura, dei i centri di Buddhismo e dei gruppi a difesa dei diritti umani. L’associazione Italia-Tibet intende attivarsi per conoscere le ragioni di tale decisione e chiedere la revoca del provvedimento.

La vera motivazione, secondo molti, sarebbe politica e legata ai rapporti con la Cina. Per decenni l’Italia ha rilasciato i visti ai monaci tibetani come dimostrano le numerose visite dal Dalai Lama nel Paese. Come hanno fatto notare alcuni giornalisti, quella dei giorni scorsi potrebbe essere una “svolta diplomatica di avvicinamento alla Cina”.
Entrambe le giustificazioni addotte alla decisione di non ammettere i monaci nel Paese appaiono arbitrarie e poco fondate.

Negare l’ingresso a poche decine di monaci buddisti in possesso di regolari documenti mentre in altre regioni si accetta l’ingresso nel paese di migliaia di migranti appare davvero assurdo. Tanto più se si considera che, come è stato confermato da un recente rapporto dell’UCOI al ministro dell’Interno, in Italia esistono centinaia di moschee e luoghi di culto non autorizzati.
Una disparità di trattamento che, cosa questa ancora più strana, pochi mezzi di stampa ufficiali hanno segnalato.

Notizie Geopolitiche, 18 luglio 2017

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