Venti anni dopo: sì ai turisti, no ai giornalisti in piazza Tiananmen

Nell’anniversario del massacro di Tiananmen di 20 anni fa, la piazza dove si è compiuto l’eccidio è avvolta oggi da un manto di sicurezza assicurato da centinaia di poliziotti in borghese e in divisa. Oltre 160 siti internet sono stati oscurati e almeno 65 persone sono costrette agli arresti domiciliari o ad abbandonare Pechino.

Ai giornalisti e fotografi stranieri è proibito l’accesso, senza dare alcuna ragione. Turisti cinesi e stranieri possono invece entrare nella piazza solo passando attraverso posti di blocco dove si controlla identità e passaporti, si rovista nelle borse e cartelle perché non vi siano “bombe”, ma soprattutto per sequestrare possibili volantini e striscioni inneggianti al movimento degli studenti.

Anche alcune zone della città sono sotto controllo. Nelle scorse settimane, diversi attivisti democratici e protagonisti del movimento di 20 anni fa sono stati costretti ad abbandonare Pechino o sono confinati agli arresti domiciliari.

L’organizzazione China Human Rights Defenders (Chrd) ha stilato una lista con 65 nomi di persone che a causa dell’anniversario di Tiananmen sono state arrestate, sequestrate o interrogate dalla polizia. Fra essi vi sono anche alcune personalità che hanno firmato la Carta 08, un manifesto sui diritti umani che chiede al governo di fermare la corruzione attuale nel Partito e aprirsi al dialogo con la popolazione attraverso la libertà di stampa di associazione e il multi partitismo.

Oltre 160 siti internet sono stati oscurati per “sistema di mantenimento” per fermare la diffusione on line di informazioni riguardanti attività in Cina e nel mondo legate alla memoria di Tiananmen.

Da Dharamsala, il Dalai Lama ha diffuso un messaggio in ricordo del 20° anniversario del movimento democratico di Tiananmen. Il leader tibetano in esilio esprime “onore rispettoso” vero i morti del 4 giugno e chiede al governo cinese di rispondere di più alle domande del suo popolo. “Il movimento di piazza Tiananmen – egli dice – non era né anticomunista, né anti-socialista. Il loro parlare in difesa dei diritti costituzionali, della democrazia e contro la corruzione era in linea con lo stesso credo del governo del Partito comunista”.

Il Dalai Lama chiede poi a Pechino “coraggio e lungimiranza”, e domanda che in occasione dei 60 anni della fondazione della Repubblica popolare cinese, che si celebreranno in ottobre, la Cina potrebbe “rivedere il giudizio sugli eventi del 4 giugno 1989”. Solo così la “superpotenza” potrà rafforzare la sua “statura internazionale” come “una vera grande nazione”.

fonte: AsiaNews, 4 giugno 2009

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