Un doppio imbarazzo per Pechino

L’agenzia Nuova Cina ha dato in un breve dispaccio, la notizia della liberazione della ”nota figura politica” Aung San Suu Kyi, in quella che appare destinata a rimanere l’unica reazione cinese all’avvenimento del giorno. Il governo di Pechino infatti non solo e’ il principale alleato della giunta militare che ha tenuto la leader dell’opposizione democratica e premio Nobel per la pace agli arresti domiciliari per 14 anni, ma e’ anche il governo che tiene in prigione un altro premio Nobel per la pace, l’intellettuale dissidente Liu Xiaobo, che sta scontando una condanna a 11 anni di reclusione per i suoi scritti a favore dell’ introduzione in Cina di un sistema politico democratico. L’assegnazione del premio a Liu e’ stato annunciato l’ 8 ottobre scorso e ha provocato una rabbiosa reazione di Pechino che da allora tiene agli arresti domiciliari la moglie del premio Nobel, decine di altri dissidenti, probabilmente con l’ obiettivo di impedire che uno di loro si rechi a ritirare il premio per conto di Liu nella cerimonia prevista per il 10 dicembre a Oslo. Indirettamente, la liberazione della leader democratica Birmania aumenta la pressione su Pechino, alla quale governi occidentali tra quelli quello degli Stati Uniti, della Francia e della Germania hanno chiesto di rilasciare il premio Nobel detenuto. Pechino ha stretto relazioni politiche con la giunta birmana a partire dal 1988, dopo la repressione del movimento democratico che porto’ alla prima raffica di sanzioni economiche contro i generali. Riempiendo il vuoto che si era creato intorno alla giunta, la Cina le forni’ aiuti finanziari e militari e incoraggio’ le imprese cinesi ad investire in Birmania. Oggi si valuta che gli investimenti cinesi nel vicino Paese ammontino a oltre un miliardo di dollari, concentrati nelle miniere e nello sfruttamento delle altre risorse naturali, tra cui il legname. Il commercio tra i due Paesi ha raggiunto nel 2008 i 2,63 miliardi di dollari. Dal punto di vista strategico, la presenza in Birmania garantisce alla Cina l’ accesso all’ Oceano Indiano, utile non solo per le importazioni di gas e di petrolio per le province meridionali del Paese, ma anche in prospettiva per basi militari e posti di ascolto. Nel 2009, la compagnia cinese Cnpc ha iniziato a costruire un porto per il trasporto del petrolio che fa parte del progetto per la costruzione di oleodotto che permetta ai rifornimenti diretti alle province meridionali della Cina di evitare il passaggio attraverso lo stretto della Malacca, congestionato e strategicamente vulnerabile.
L’imbarazzo della Cina, che ha fatto della ”non interferenza negli affari interni” di altri Paesi uno dei cardini della sua politica estera, e’ destinato ad essere accresciuto anche dall’ appello lanciato ieri, da Hiroshima in Giappone, da un gruppi di altri vincitori del Nobel per la pace, tra cui il Dalai Lama del Tibet, che hanno chiesto la liberazione, ottenuta oggi, di Aung San Suu Kyi e quella, della quale per ora non si parla, di Liu Xiaobo.

Fonte: Ansa.it, 14 novembre 2005

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